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Contro le donne o contro tutti?

Ça va sans dire. Inutile sottolineare la nostra posizione  a proposito della violenza sulle donne. Ma fatta questa necessaria se pur ovvia premessa, ci piace fare due considerazioni sulla campagna di Pubblicità Progresso di cui ci parlava ieri l’Espresso (anche le immagini sono tratte dal loro articolo).

Il pezzo si focalizza su manifesti apparsi in anteprima che presto faranno la loro comparsa sui muri d’Italia: questi ritraggono delle ragazze che si rivolgono ai passanti con un messaggio che attende di essere completato, dimostrando che le donne non possono esprimersi al 100%.

image.Escludendo la sopracitata premessa, dunque, e non entrando nel merito creativo della campagna che in ogni modo raggiunge l’obiettivo di far riflettere sul tema (io sono una creativa pubblicitaria), viene spontaneo pensare che le volgari, provocatorie risposte del pubblico siano del tutto prevedibili. Una prevedibilità non consapevolmente legata, a parer mio, semplicemente alla volontà di ferire l’universo femminile (gli “autori”, sono più scemi di così), ma piuttosto alla spontanea pulsione di voler essere stoltamente protagonisti. Di provocare pur nel totale, vile anonimato. Di far sentire la propria voce, ma usando quel linguaggio, quel tono che vuole prevaricare più che violare, in assoluta sintonia con la decadenza cui ci hanno abituati per primi proprio coloro che avrebbero dovuto concretamente farsi promotori di una postura innanzitutto politica, ma anche etica e sociale più sobria e rigorosa. E più umanamente rispettosa. Così, la volgarità assume un carattere universale e soprattutto unisex. Mi sentirei, per par condicio, di raddoppiare il numero di manifesti, associandone molti con protagonisti maschili. Certa che l’esito, o meglio l’anonimo sfregio sarebbe il medesimo. Perchè in primo piano, forse, non ci sono temi importanti e sensibili, ma  il becero protagonismo, il volgare individualismo… e, davvero in comune con chi effettivamente pratica la violenza sulle donne, la più squallida viltà.

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Andrea Sardi

Bè, letto l’articolo, concordo sull’opportunità di affiggere manifesti con effigi maschili, lasciando gli imbecilli (uomini, donne, ragazzine e ragazzini) liberi di esprimersi come già fanno sui muri, sui treni etc.
Mi piacerebbe però che questa par condicio si estendesse al concetto di “violenza subita” e che per una volta illuminasse anche il legislatore che, più passa il tempo, sempre più cerca di accattivarsi simpatie sottolineando come l’elemento femminile sia più eguale degli altri, anziché ribadire che tutti si è eguali nella vita e di fronte alla legge (art 3 della Costituzione, senza distinzione di sesso etc.). Così son nate le “quote rosa”, il “femminicidio”, e altre stravaganze.
La violenza ha un sesso? La violenza ha solo una forma?
Come nasce la violenza, da cosa è alimentata?
In sintesi mi verrebbe da dire da rabbia, che nasce da dolore, da frustrazione. Rabbia che il/la “violento/a” non sa gestire in se stesso/a e nella relazione. Sì, ci sono anche altre situazioni dove il reato è premeditato e che esulano da questo schema semplificato. Rapine, eliminazione del coniuge per riscuotere assicurazione o altro. Ma restiamo per un attimo nel campo della violenza “non finalizzata a raggiungere altro beneficio”.
E’ solo fisica? Sono stati introdotti reati di “mobbing”, di “stalking”, che presuppongono una forma di violenza “non fisica”. Quindi si riconosce il danno psicologico e fisiologico introdotto da queste forme di persecuzione, oppressione, destabilizzazione. E’ mai stato preso in seria considerazione il reato di “mobbing in ambito familiare”? Ovvio in un modo che prescinda dalla caratterizzazione “sessista”. Considerare questa forma, che forse è una “anticipazione” della manifestazione violenta, sia da parte di un uomo che di una donna, non servirebbe forse più che non inasprire le pene per il “femminicida”? E se si scoprisse (dopo) che il “femminicida” ha fatto fuori la gentil consorte perché da lei esasperato (tecnicamente: “sottoposto a continuo mobbing familiare”)?
Non è da giustificare, certo, vi sono altre forme per gestire i conflitti, anche se non alla portata di tutti, in termini di maturità psicologica. Eppure, non sarebbe stato meglio mettere in chiaro prima le cose, da un punto di vista normativo, e soprattutto e prima ancora culturale, e formativo? Chiarire che non solo le sberle fan male, e sono un reato, ma anche le parole, i comportamenti possono sortire analoghi effetti, se non peggiori?
Condannare la violenza fisica va bene. Ma vogliamo mettere la testa sotto la sabbia e dimenticare il resto? Vogliamo solo attaccarci al “color rosa” e al “comune senso dello sdegno”?
Buon lavoro!
Andrea

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