Ligéra, nel nome della mala.

Nell’articolo della scorsa settimana abbiamo visto la Milano in cui si muoveva la mala, i luoghi dove spesso si organizzava e più raramente teatro dei suoi stessi colpi. Oggi proviamo a parlare della “ligera”, il nome dialettale di quella piccola delinquenza che in quegli stessi ambienti aveva proliferato e si era destreggiata tra un furto, un raggiro, una rissa.

Iniziamo col dire che il termine ligéra o leggera sta per indicare la microcriminalità dei bassifondi e comincia a circolare tra gli anni ’50 e ’60, proprio quando la malavita, sulla scorta del boom economico fa il salto di scala, comincia a puntare a bottini più sostanziosi, si organizza in bande ben strutturate e comincia a essere cantata, diventando un genere cabarettistico, con un’aura romantica di chi aveva un codice d’onore ormai scomparso. Ma andiamo con ordine delineando innanzitutto il profilo di questa piccola delinquenza, fisiologica nei rioni popolari di una città in espansione.

Prima industrializzazione nella vecchia Milano in una vecchia fotografia che immortala alcuni opifici presso il ponte delle Gabelle in Via S. Marco.

Prima industrializzazione nella vecchia Milano in una  fotografia che immortala alcuni opifici presso il ponte delle Gabelle in Via S. Marco.

Una Milano che non poteva non lasciare qualcuno più indietro, interessata com’era dallo sviluppo impetuoso della prima industrializzazione, già dalla fine dell’800. Ed è qui tra la fine del XIX e la metà del XX sec. che questo milieu di uomini, spesso di pochi scrupoli, abituati a vivere di espedienti, si improvvisino ladri, truffatori, rapinatori, piccoli estorsori , sfruttatori della prostituzione. Spesso sono portati al crimine per sbarcare il lunario, o per delle difficoltà momentanee o ancora sono lavoratori saltuari o ben poco volenterosi che appena finiscono quel po’ che sono stati in grado di guadagnare arrotondano come possono. Più spesso spendono tutto in una “ciucca” (sbronza) e per le donne, tornano a lavorare proprio quando non ne hanno più, e la storia ricomincia da capo. Infatti spesso il loro posto abituale dove passano la giornata sfaccendati o per organizzare i loro colpi, aspettando le ore notturne per muoversi, sono i “trani”, cioè le vecchie osterie di una volta dove vendono il vino pugliese sfuso, spesso proveniente proprio dalle zone intorno a Bari. Quello che li accomuna comunque è il fatto di viaggiare “leggeri”, cioè senza pistole o munizioni, e più facilmente, solo armati di coltello e dei ferri del mestiere per la rapina e lo scasso. Ma i piccoli criminali crescono, soprattutto se in città cominciano a girare tanti soldi, per l’afflusso dei capitali della ricostruzione, dei grandi gruppi edilizi, e ancor più del benessere generalizzato del boom economico di un’Italia che ha una gran voglia di riscatto per allontanare i traumi della II Guerra Mondiale e della Resistenza.

Via Melchiorre Gioia nel 1960 (foto di Francesco Di Vita)

Via Melchiorre Gioia nel 1960 (foto di Francesco Di Vito)

Così i palazzoni moderni sorgono accanto alle vecchie case di ringhiera, che si riempiono di immigrazione meridionale e di classe operaia, la città si espande con la creazione di grigie periferie stipate di povera gente, ghettizzata e spesso allontanata dalle loro abitazioni del centro storico, già durante il regime fascista. È una città divisa adesso in tanti rioni nuovi, laddove prima vi erano borghi, e molte di queste porzioni di territorio cominciano a essere controllate da bande che la notte si riversano in centro per assaporarne i lussi, per frequentare il night club o per vedere le vetrine dei negozi da rapinare. E così, forti magari del fatto di avere delle rivoltelle in tasca o perché siano semplicemente organizzati con ruoli ben specifici da un capo-banda più scaltro e più spietato, si affacciano nel mondo delle cronache nomi del calibro di Vallanzasca, Lutrig, Turatello, Brancher, Ciappina.

I locali che frequenta la ligera sono adesso al Giambellino, alla Comasina e i Tri Basei all’Ortica. E negli stessi locali di lusso poi frequentati da loro stessi di sera, o in quelli dove si sviluppa il genere del cabaret, ora si cantano le gesta della ligéra, la mala che non c’è più, portatrice di valori passati e con un codice d’onore ben definito. Il triestino, milanese d’adozione, Giorgio Strehler, sull’onda di quest’aura romantica si inventa un vero e proprio genere. E per dare un certo mistero mette in campo la più tradizionale finzione poetica, facendo credere che si limita a trascrivere canzoni ritrovate su vecchi manoscritti.

Si serve di attrici, di donne di grande presenza scenica. Più spesso sceglie una giovane allieva del suo Piccolo Teatro, Ornella Vanoni, per far interpretare queste melodia, enfatizzando le atmosfere, il look e i gesti. Intanto si fanno notare anche altri giovani cantautori che divengono a loro volta cantori della mala: i Gufi da cui poi si distinguerà per questo genere Nanni Svampa, e ancora Iannacci e Gaber. Anche il cinema, con il suo linguaggio dell’immediatezza e della contemporanetà, restituisce quelle stesse atmosfere, fatte di periferie, inseguimenti fra le vie del centro e dei nuovi quartieri a uffici, spesso punteggiati di grattacieli-simbolo della Milano modernista, come il Palazzo Pirelli e la Torre Velasca. Passano alla storia film come “Svegliati e uccidi” o “Milano calibro nove”, che diventano cult di un filone ormai passato alla storia della cinematografia italiana degli anni ’70.

Ma questa Milano violenta sembrerà quasi provinciale davanti alla nuova stagione degli anni di piombo e dei gruppi terroristici, che arriveranno da lì a poco. E con qualche banda organizzata faranno anche qualche percorso eversivo comune o in qualche modo su binari pericolosamente paralleli.

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