Piccolo itinerario per i monumenti della Grande Guerra a Milano.

In occasione del 4 Novembre, giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, nonchè ricorrenza della fine della Prima Guerra Mondiale, riproponiamo un nostro articolo pubblicato quest’estate, e che forse, interessati al tema, volete leggere.

Da circa sei mesi, per motivi professionali, sto assistendo al difficile lavorio in cui sono impegnati alcuni miei colleghi, con scarsità di mezzi e di forze (un po’ come successe con il 150° dell’Unità d’Italia), per preparare i festeggiamenti per la Prima Guerra Mondiale. Tali manifestazioni si svolgeranno, in realtà, su tutto il territorio nazionale, e dureranno per tutto l’anno, dalla ricorrenza dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno (1914) a Sarajevo (e che diede il via al conflitto con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia il 28 luglio dello stesso anno) fino alla discesa sul campo di battaglia del “sempre impreparato” esercito italiano il 24 maggio del 1915, con la rottura della Triplice Alleanza.

La copertina di Antonio Beltrame della Domenica del Corriere con l’attentato di Sarajevo

La copertina di Antonio Beltrame della Domenica del Corriere con l’attentato di Sarajevo

Questo per l’inquadramento dei fatti, per i rimandi storici vi invito a clickare i links in blu. Ora passo alle mie osservazioni che appariranno per molti versi un po’ elementari, ma ve le porgo così, apertis verbis. Ma secondo voi, che c’è da festeggiare nel ricordare un conflitto che ha fatto sul vecchio continente più di 16 milioni di morti? Mi viene da dire… nulla, ma rileggendo la storia degli italiani…dico tanto, anzi tantissimo: la Grande Guerra rappesentò l’ultimo anello delle Guerre d’Indipendenza, che tanta parte ebbero nel costituire il carattere, nel bene e nel male , degli italiani. Garantì infatti la vera unità d’Italia, attraverso l’annessione del Trentino, e della Venezia-Giulia (popolazioni civili che più pagarono per l’avvio delle ostilità, insieme ai veneti, prima e dopo la guerra, persino dopo il secondo conflitto!) e soprattutto diede l’opportunità a tanti italiani (di sesso maschile), di incontrarsi, di confrontarsi e di parlare per la prima volta uno stesso idioma, l’italiano!

I confini nazionali prima e dopo la guerra.

I confini nazionali prima e dopo la guerra.

Chi tornò, sentì rafforzato il suo amor patrio, oltre che appesantito dell’immancabile, ma postumo, titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Le donne, di contro, per la prima volta, assaggiarono le prime pillole di emancipazione, poiché lo sforzo della produzione bellica industriale fu affidato a loro, impegnate com’erano, oltre che come madri, anche come operaie, al posto dei loro mariti al fronte. Ciò li caricò della doppia responsabilità verso la famiglia e verso la patria: ma con i doveri giunsero ben presto anche le prime rivendicazioni di pari diritti! Ma la verità più pesante è scritta nei diari e nei racconti di guerra: si descrive questo conflitto come una carneficina inutile, fatta di lunghi inverni tra le trincee del Carso e delle Dolomiti, con soldati mal equipaggiati, spesso destinati a umiliazioni e sconfitte memorabili (Caporetto è divenuto sinonimo di “rotta vergognosa”), obbligati a subire qualsiasi tipo di angheria da “bambinoni” (ricordiamo che i ragazzi del ’99 erano pronti per la leva già a 16 anni!), da parte di altri ragazzotti viziati, arruolati come ufficiali solo in nome del fatto di appartenere al rango nobiliare, e purtroppo non in ultimo, necessariamente divenuti carne da macello durante infruttuosi assalti alla baionetta fuori dalle linee.

La copertina della Domenica del Corriere alla fine della guerra con l’immancabile propaganda patriottica

La copertina della Domenica del Corriere alla fine della guerra con l’immancabile propaganda patriottica

Milano era lontana dalle linee nemiche, ma contribuì in maniera non indifferente col proprio apporto di uomini e di forza lavoro (ricordiamo che il grosso delle industrie pesanti si trovava in un triangolo di poche centinaia di chilometri tra Milano, Torino e Genova). Ma cosa è rimasto in città a ricordo di quella “Grande Guerra”? Provate a fare un giro con noi, visitando:

1) Monumento ai ferrovieri caduti alla Stazione Centrale: al lato del binario n. 21, una installazione in marmo eseguita da Guglielmo Beretta, e posta a muro nel 1921 ricorda gli impiegati delle FF. SS, caduti durante lo svolgimento delle proprie mansioni in zona di guerra.

Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale

Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale
Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale

2) Via Ragazzi del ’99: abbiamo citato l’esempio dei ragazzi del ’99 che la nostra città ha giustamente voluto ricordare con una via, laddove ancora è sopravvissuto un piccolo lembo di vecchia Milano, tra la Piazza S. Fedele e la Via Hoepli, sopravvissuto agli sventramenti imposti dal regime fascista alla nostra città.

3) Tempio della Vittoria o sacrario dei caduti nella Prima Guerra Mondiale presso S. Ambrogio, lato L.go Gemelli: ideato per essere collocato nella fascista Piazza Fiume (poi divenuta della Repubblica). Finisce per essere realizzato sul luogo dove sono sepolti i primi martiri cristiani, presso S. Ambrogio. L’idea nasce da una serie di concorsi pubblici tenutosi tra il 1924 e il ’26, senza vincitori. Infine viene richiesta all’arch. Muzio (l’ideatore della ‘Ca Brutta) un’idea: si fa strada l’ipotesi del sacro recinto realizzato in marmo bianco, ispirato al Mausoleo di Teodorico a Ravenna, a pianta ottagonale. Ben presto l’idea si trasforma in progetto e Muzio, affinché l’opera fosse corale, chiama nella realizzazione altri architetti del gruppo novecentista, quali Alpago-Novello, Buzzi, Cabiati, Ponti e alcuni scultori quali Wildt per la statua di S. Ambrogio sulla facciata, Saponaro, Andreotti e Maraini, Griselli, Lombardi, Castiglioni, Supino, Maiocchi ed altri. Iniziato a costruire nel 1926, dopo l’abbattimento delle case dei canonici a nord della Basilica, il 4 novembre del 1928 il Monumento viene inaugurato, anche se non completato, alla presenza del Maresciallo Diaz, già comandante della vittoria dell’Esercito Italiano. Nella cripta alcune tavole di bronzo riportano i nomi di 10.000 milanesi caduti in guerra. Viene gravemente danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e poi ricostruito. Vengono aggiunte successivamente due fontane.

Cartolina d’epoca che ritrae il Tempio della Vittoria presso S. Ambrogio.

Cartolina d’epoca che ritrae il Tempio della Vittoria presso S. Ambrogio.

4) Monumento ai caduti di Porta Romana Via Tiraboschi/ Via Papi: in realtà fu inaugurato come Monumento ai caduti dell’incursione austriaca. Infatti ricorda il primo bombardamento aereo sulla città, durante la I Guerra Mondiale: il 14 febbraio 1916, alla fine della giornata, si contano 13 morti e 40 feriti proprio tra Via Tiraboschi e Piazza Buozzi, in prossimità dello stazione di Porta Romana, importante scalo ferroviario industriale. In ricordo di questo episodio verrà innalzato il 24 giugno 1923 il monumento “Ai caduti di Porta Romana” (realizzato da Enrico Saroldi). L’opera raffigura un soldato romano e un milite del Carroccio (due figure storiche che avevano lottato contro i Tedeschi) mentre sorreggono una vittima. L’uomo che si accascia dovrebbe ricordare l’eroe di guerra Giordano Ottolini.  A causa della postura dei tre protagonisti, i vecchi milanesi avevano ribattezzato il luogo “ai tri ciucc” (ai tre ubriachi). Il basamento riporta i nomi dei morti per l’incursione aerea del 14 febbraio 1916 e quelli dei 573 residenti del Rione di Porta Romana caduti in guerra.

Cartolina d’epoca con il monumento di Via Tiraboschi/Papi ( o “Tri ciuc”)

Cartolina d’epoca con il monumento di Via Tiraboschi/Papi ( o “Tri ciuc”)

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  1. […] La mostra ha la funzione di valorizzare il ricco patrimonio che quella florida stagione nota storicamente come Belle Epoque ha prodotto: una sorta di incantesimo, nato dal benessere della prima rivoluzione industriale e conclusosi con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. […]

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