Marchiondi, la città dei bambini "sfortunati", oggi forse cambia destino.

E’ di questi giorni la notizia che il Comune di Milano, dopo anni di volontario abbandono all’incuria e al vandalismo, ha deciso di accettare l’invito del Demanio dello Stato, a vendere il Marchiondi, l’enorme complesso progettato dall’architetto modernista Vittoriano Viganò negli anni ’50 per il disagio minorile: molto meno di un carcere come il Beccaria, ma molto di più che una scuola tipo “riformatorio”!

E’ per questo che oggi vi inviatiamo a rileggere un nostro intervento scritto in tempi non sospetti.

A Milano esiste una città dei bambini, abbandonata! E’ uno di quei posti per ragazzini “speciali”, come lo sono i Martinitt, di cui abbiamo parlato nel primo contributo di questa rubrica. Ebbene oggi i Martinitt e le Stelline, i bambini orfani o in difficoltà, dopo tanto girovagare, hanno, oltre ad un museo, una sede tutta loro in Via Pitteri, in quel di Lambrate. Ma nella vecchia Milano, tra le varie istituzioni assistenziali dedicate all’infanzia disagiata, vi era un luogo chiamato Marchiondi, dal nome del suo fondatore, un padre somasco. Gli ospiti di questa grande “colonia” erano detti appunto Marchiondini o Barabitt, e come i primi avevano dato un grande contributo ai moti insurrezionali delle V Giornate del’ 48. Il vecchio milanese ricorda ancora il “barabitt” come sinonimo di bambino discolo, dispettoso. Per il bimbo monello additato di qualche marachella si usava dire te mandi in di barabitt, a significare “ti spedisco in collegio”. Pare che il nome dialettale derivasse, non tanto da Barnaba come qualcuno era portato a pensare, essendo la loro sede nel XIX sec., presso i cortili quattrocenteschi dell’Umanitaria in Via S. Barnaba, ma da Barabba. Si, proprio il furfante che Cristo aveva sostituito sulla croce, per volere del popolo di Gerusalemme. Perché questo oscuro nome per dei semplici bambini poco fortunati? Il Marchiondi, finito dalla fine del XIX sec., al Quadronno, era una sorta di riformatorio, il luogo per l’educazione dei minorenni traviati, o meglio ancora come recita la sua ragione sociale, l’istituto per la protezione del fanciullo.

Il piccolo Segantini fu uno degli "sfortunati" ospiti del Marchiondi

Il piccolo Giovanni Segantini fu uno degli “sfortunati” ospiti del Marchiondi

Qui i bambini “difficili” venivano affidati alle pratiche correzionali. Ma nella maggior parte dei casi la loro condotta, cosiddetta immorale, era dovuta a sfortuna, a miseria e abbandono. Tra le tante testimonianze ricordiamo quella del giovane Giovanni Segantini, poi divenuto il pittore alfiere del divisionismo, che privato di un ambito familiare vero e proprio, viene avviato dalla vita al vagabondaggio. Nel 1870 è rinchiuso nel riformatorio Marchiondi di Milano, dal quale tenta di fuggire nel 1871 per poi rimanerci fino al 1873.

 Le rivolte al Marchiondi non erano infrequenti, così come i tentativi di fuga. La copertina del Corriere Illustrato ricorda quella del 1903

Le rivolte al Marchiondi non erano infrequenti, così come i tentativi di fuga. La copertina del Corriere Illustrato ricorda quella del 1903

Dopo questo preambolo, per raccontare dell’antica istituzione milanese, nota come Opera Pia Istituti Riuniti Marchiondi-Spagliardi, riparto dall’incipit. Questa cittadella dell’infanzia, che fu ricostruita nel dopoguerra a Baggio, dopo che la più vecchia sede di Via Quadronno fu demolita perché irrimediabilmente compromessa dai bombardamenti della II Guerra Mondiale, oggi versa in stato di abbandono. Non solo, un patrimonio di strutture edilizie immerse in 25.000 mq di parco, di proprietà comunale, quindi dei cittadini o meglio dei bimbi di Milano, è oggi terra di disperati e nomadi. Tutto lasciato all’incuria, in quel panorama di miseria tipica delle aree dismesse, avvolto nella desolazione e riconquistato in qualche parte dalla natura. Il Comune ha voltato le spalle al Marchiondi: sostiene che il restauro dei corpi edilizi sia anti-economico; il Politecnico che ha tentato una via per il recupero ha potuto solo mettere il suggello a questa triste e miope logica, la stessa che conta il PIL di una nazione solo in termini economici.

La precisa collocazione dell'area Marchiondi, a Baggio, tra Via Noale e Via Antonio Mosca.

La precisa collocazione dell’area Marchiondi, a Baggio, tra Via Noale e Via Antonio Mosca.

C’è un ma….Pochi sanno che a seguito del fatto che l’istituto fu chiuso negli anni ’70 e che la proprietà dell’immobile nel 1985 passò al Comune di Milano, il progettista Vittoriano Viganò chiese ed ottenne nel 1995, tra i pochi in Italia per la qualità architettonica della sua opera, il riconoscimento dell’artisticità del manufatto. Il critico d’arte, Bruno Zevi, in una articolo redatto dopo la sua costruzione, nel 1958, coniò per l’opera l’etichetta di “brutalismo “ architettonico, per l’uso dominante del cemento armato a vista, così simbolicamente aderente ai caratteri forti e rudi di questi ragazzi. Inoltre, per essere il complesso, un altissimo esempio di quell’architettura contemporanea figlia della ricostruzione, il modellino del progetto è oggi conservato al MOMA di New York e nel 2008 il Ministero per le Attività Culturali ne ha sancito con uno specifico vincolo l’interesse storico-artistico. Insomma, a due passi dall’area Expo, il mondo lo ammira e noi ne tradiamo le aspirazioni!

Uno dei corpi del Marchiondi al di là delle recinzioni, di nuova edificazione

Uno dei corpi del Marchiondi al di là delle recinzioni, di nuova edificazione (foto Lombardiabeniculturali)

Ma quel che più conta è la genesi del progetto. La costruzione del nuovo Marchiondi rivoluzionò da quel momento il modo di vedere le strutture correttive, concepite come “scuole di vita” più che come case di reclusione. Fu una visione rivoluzionaria frutto di una stretta adesione dell’architetto con le idee più illuminate e progressiste della nuova generazione di educatori. Viganò concepì infatti un complesso privo di sbarre, con una recinzione perimetrale formata da un muro basso come pura segnalazione di un confine più che come una delimitazione delle libertà. Lo stesso amava ricordare: “… chi ha veramente compreso il Marchiondi non sono stati gli organizzatori… I colleghi, i critici di architettura che pure mi hanno fatto tanti complimenti: sono stati i ragazzi. Non potrò, credo, dimenticare il grido di gioia con cui sciamarono dentro, l’entusiasmo con cui presero immediato possesso delle attrezzature, degli armadietti, dei porta-abiti…”.

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One Trackback

  1. […] con piacere il contributo di un nostro lettore, Massimo Clara, che ha preso a cuore la causa del Marchiondi, per motivi familiari, come potrete leggere più sotto. Ci riporta alla memoria quel difficile e […]

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