Le rivolte al Marchiondi non erano infrequenti, così come i tentativi di fuga. La copertina del Corriere Illustrato ricorda quella del 1903

Il vecchio Marchiondi nel ricordo di un nostro lettore e la rinascita in una nuova zona di Milano

Condividiamo con piacere il contributo di un nostro lettore, Massimo Clara, che ha preso a cuore la causa del Marchiondi, per motivi familiari, come potrete leggere più sotto. Ci riporta alla memoria quel difficile e buio periodo tra il trasferimento dei ragazzi dalle strutture di Via Quadronno a quelle poi progettate nel dopoguerra dall’architetto Vittoriano Viganò. In quel lasso di tempo che fine fecero i ragazzi tratti in salvo dai devastanti bombardamenti del ’42-43?

“Durante la seconda guerra l’istituto Marchiondi contava circa 200 ragazzi e una cinquantina di addetti. Rimase in via Quadronno fino all’autunno/inverno del ’42, quando iniziarono i primi sporadici bombardamenti inglesi su Milano (quelli “pesanti” avvennero solo nel ’43, avendo a quel punto gli americani a disposizione le basi aree della Sicilia conquistata). Su iniziativa del direttore fu trasferito a Castel Palú, nei pressi di Vipiteno, in Alto adige, identificando -grazie al fratello che lí viveva- nel posto una zona idonea e ben protetta dall’alleato tedesco. Dopo l’otto settembre i tedeschi, determinati a vendicare il “tradimento” invasero la regione con i peggiori propositi. Non di meno venne riconosciuta e rispettata la funzione sociale dell’istituto e fu organizzato un treno per il trasferimento delle 250 persone a Corbetta, vicino a Magenta. Lí rimase fino al termine del conflitto, e nell’estate del 45, riparato il tetto bruciato a causa di una bomba incendiaria, rientrò alla base di via Quadronno. Il direttore ( dal ’35 al ’45) era Erminio Clara. Mio nonno”.

Le strutture del Marchiondi di Via Quadronno in una vecchia foto del 1930 (da www.skyscrapercity.com)

Le strutture del Marchiondi di Via Quadronno in una vecchia foto del 1930 (da www.skyscrapercity.com)

Ecco un esempio di come si salvaguarda e si perpetua la memoria di una città come Milano e degli individui che la abitano e l’hanno fatto grande! Aggiungiamo, per dovere di cronaca, che l’edificio di Baggio, allora nella più lontana periferia di Milano, sostituì il vecchio e malandato complesso  di Via Quadronno, solo a seguito di un concorso ad inviti degli inizi degli anni’50 per la costruzione di una nuova e più moderna sede, con una declaratoria tra le più all’avangurdia per la rieducazione dell’infanzia “perduta”. La vecchia sede, all’ingresso di Porta Vigentina, era considerata ormai una fatiscente costruzione concepita come istituzione repressiva del secolo XIX. Il concorso, bandito dall’Istituto tra il 1952/53, fu seguito da una prestigiosa giuria composta dall’arch. Giovanni Muzio (presidente), dall’architetto Luigi Moretti, dall’architetto Renzo Gerla del Comune di Milano e dall’ingegnere Franco della Porta, sotto la supervisione degli stessi educatori dell’Istituto Marchiondi. Il risultato fu un capolavoro dell’architettura modernista, progettato non come una scatola anonima, ma molto attento alla funzione e alla “libertà” dell’individuo. Ispirata al principio sia visivo che compositivo di uno schema aperto, la struttura fu considerata anche successivamente un esempio paradigmatico per l’architettura contempornea, tanto che il modellino plastico del progetto è esposto al MOMA di New York. Gli edifici trasparenti sono ritmati sulle facciate da interessanti elementi verticali prefabbricati usati come brise-soleil.

Una foto di com'era il marchiondi di Via noale a Baggio prima dell'abbandono all'incuria e al vandalismo.

Una foto di com’era il Marchiondi di Via Noale, a Baggio, prima dell’abbandono all’incuria e al vandalismo.

Luce e verde sono valori caratterizzanti dell’intero complesso creato per ospitare ragazzi preadolescenti e adolescenti (con un’ammissione tra gli 8 e i 14 anni). Fu concepito quindi non come un riformatorio con un impianto distributivo da collettività uniforme in camerate, bensì con spazi interni organizzati in stanze-letto da 12 unità, senza una necessaria coabitazione notturna tra ragazzi ed educatori, nel preciso scopo di infondere nei singoli individui uno spirito di autonomia. Per gli educatori fu realizzata una vera e propria casa-albergo in porzione tangente al convitto. Allo stesso tempo furono pensati anche un fabbricato di soggiorno collettivo, detto dei “centri di interesse” e di riunione “per gruppi”, edifici scolastici per la formazione e un centro medico. Persino l’arredo interno fu concepito nel rispetto della persona, non con un grande locale guardaroba, ma in un sistema organico di armadi-guardaroba, a doppia fronte, tangenti ad ogni stanza-letto. Ogni letto fu completato su un fianco da un cassoncino in legno privato, per riporre i propri effetti personali. Allo stesso tempo, durante il giorno, nei locali scolastici, ogni ospite aveva in dotazione un proprio banco singolo e un proprio armadietto.

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