L'Arco della Pace con uno dei suoi caselli daziari ai lati (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Milano illuminista ovvero l’orgoglio di una città che attirava i turisti stranieri.

Ora che è finito Expo, si cominciano a fare i primi bilanci di una manifestazione, forse deludente sul piano dei contenuti. E non molti effettivamente sono stati, a detta degli ultimi sondaggi, i turisti stranieri venuti proprio per vedere e scoprire tutte queste meraviglie dal mondo. Ma c’era un tempo in cui Milano era veramente una tappa obbligata per i “forestieri” che si spingevano dalle fredde brume nordiche per venire a vedere la luce dell’Italia, allora forse molto retrograda, anche naïf ma proprio per questo molto più vera!

Ed è questo il senso del racconto di oggi: cercare di descrivere ai nostri ragazzi come doveva aver visto un viaggiatore straniero la città del passato, soprattutto nel Settecento. Stiamo parlando del secolo per antonomasia del viaggio in Italia.

Pannello di maiolica dipinta a mano con ritratto di nobiluomo portoghese del XVIII sec. (foto di Robert Ribaudo)

Pannello di maiolica dipinta a mano con ritratto di nobiluomo portoghese del XVIII sec. (foto di Robert Ribaudo)

Milano era uno di quei centri in cui si poteva respirare aria nuova, insieme, per altri versi a Napoli, e all’inossidabile Roma. Il viaggiatore considerava la nostra città un centro sempre più vivace dal punto di vista intellettuale, culturalmente avanzata, dotata di uno spiccato senso di ospitalità, priva ormai degli accenti di fanatismo che aveva caratterizzato la stagione spagnola. La nuova gestione politico-amministrativa austriaca, fin dal primo quarto del secolo XVIII, accentua i riferimenti culturali e artistici con il mondo mitteleuropeo, in verità, più per promuovere il senso di appartenenza all’impero asburgico che per reale apertura alle nuove idee illuministiche. La sonnacchiosa città del XVII sec. si sveglia dal lungo letargo con il Caffè dei Verri, Beccaria, Boscovich.

Il parco all'inglese di impianto settecentesco della Villa Reale o Belgijoso di Milano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Il parco all’inglese di impianto settecentesco della Villa Reale o Belgioioso di Milano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

La città visitata dai primi viaggiatori del Settecento non superava di molto i centomila abitanti e le sue mura con la cinta stellata intorno al Castello, sembravano comuni a molte altre città italiane sotto la dominazione spagnola, soltanto troppo ampie per il numero effettivo dei suoi abitanti. Città e campagna si mischiavano ancora all’interno del centro abitato, soprattutto via via che ci si avvicinava alle porte urbiche. Infatti, fino alla metà del secolo XVIII, il fitto dell’agglomerato urbano, ancora di matrice gotica (con la raggiera di strade principali dei sestieri, serviti poi da lunghi vicolo stretti e umidi), rimane compreso entro la cerchia interna dei Navigli; le tipologie edilizie sono ancora quelle dell’impianto medioevale, con edifici stretti e lunghi che si sviluppano su corti interne e prospettanti su tortuosi e irregolari vicoli. I grandi palazzi dell’aristocrazia, come ci raccontano gli stranieri di passaggio, in primis Stendhal, sono relativamente numerosi rispetto alle diffuse dimore del ceto medio borghese.

La settecentesca piazza Belgioioso con i palazzi nobiliari che vi si affacciano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

La settecentesca piazza Belgioioso con i palazzi nobiliari che vi si affacciano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Nel corso del secolo, la nuova amministrazione adegua la città alle esigenze di un agglomerato moderno, dalle dimensioni e dallo spirito europeo, con provvedimenti attenti sia all’aspetto di igiene pubblica che sociale. Nel 1728 Montesquieu ci introduce, ed è uno dei primi in questo senso, nelle famiglie dell’aristocrazia milanese: i Borromeo, i Trivulzio, gli Archinto, i Loano, che egli conosce di persona e che visita anche nelle rispettive residenze fuori città. Le sue descrizioni sono molto dettagliate e da queste appare subito chiaro il lusso sfrenato in cui viveva la nobiltà del tempo, per niente parca rispetto al mito di una vita lontana dallo sfarzo e dall’ostentazione della Milano asburgica. Anzi si infittiscono i “salotti” e i circoli dove l’aristocrazia accomodatasi sullo sgabello del nuovo padrone fa sfoggio delle nuove ricchezze accumulate non tanto dai titoli ma dai proventi agricoli delle proprietà terriere ora sottoposte al regime del nuovo catasto teresiano: la nobiltà fondiaria (laica ed ecclesiastica) sottoposta agli stessi obblighi retribuitivi cui erano soggetti gli altri possessori di terre, viene ora incentivata a mettere a reddito i fertili terreni di pianura, fonte di nuova ricchezza.

Palazzo Tarsis in Via S. Paolo ang. Corsia de' Servi - oggi Corso Vittorio Emanuele (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Palazzo Tarsis in Via S. Paolo ang. Corsia de’ Servi – oggi Corso Vittorio Emanuele (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Gli espropri degli Asburgo ai danni della chiesa, fanno il resto, mettendo sul mercato un gran numero di proprietà ecclesiastiche, spesso abbandonate o senza una specifica funzione sociale. I documenti ci descrivono, prima dell’arrivo degli Austriaci (1706), una città controllata dalle migliaia di istituzioni e confraternite di matrice ecclesiastica, da un numero di chiese superiore alla città di Roma. Messi all’asta questi edifici e terreni portano una gran mole di denaro nelle casse demaniali e permettono soprattutto alla borghesia illuminata, di investire i proventi delle loro imprese nelle aziende agrarie e nel “mattone”. E’ questa la molla che cambia il panorama urbanistico ed estetico della città dandone un respiro elegante (con l’avvento delle prime costruzioni neoclassiche) ad una città legata ai vecchi schemi. Parecchie sono così i nuovi cantieri privati in città, soprattutto dopo la metà del XVIII sec..

La facciata piermariniana di Palazzo ducale (foto gentilmente concesssa da Marco Introini)

La facciata piermariniana di Palazzo Reale (foto gentilmente concesssa da Marco Introini)

L’architetto Giuseppe Piermarini nel 1769 fu chiamato a Milano per dare un nuovo volto alla parte pubblica della città: si interessa dell’espansione edilizia e al suo decoro urbano, restaura con una nuova facciata il Palazzo Reale, sistema lo slargo tra il lato corto dell’Arcivescovado e il Palazzo del Capitano di Giustizia (l’attuale Comando dei Vigili di Piazza Beccaria) con una nuova fontana (da cui prende il nome la nuova piazza), disegna i Giardini Pubblici (ora dedicati a Indro Montanelli); progetta il Teatro alla Scala, e una serie di edifici governativi (alcuni oggi scomparsi), altri restituiti a nuova vita come il Collegio dei Gesuiti (oggi la Brera che conosciamo). Suoi sono anche progetti privati, come quello per Palazzo Greppi o Palazzo Belgioioso. Ma con lui altri sono gli artefici di questo rinnovamento cittadino, spesso suoi allievi come il Pollack. Alcune zone sono totalmente urbanizzate e trasformate, spesso per mano di figure emergenti del panorama economico cittadino, di poca nobile origine. Penso al Corso di Porta Venezia coi suoi palazzi di impronta neoclassica costruiti sulle ortaglie del demolito Convento dei Cappuccini, di manzoniana memoria, o alla Villa Reale del Principe Belgiojoso.

L'Arco della Pace con uno dei suoi caselli daziari ai lati (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

L’Arco della Pace con uno dei suoi caselli daziari ai lati (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Ancora ricordo la metafisica Piazza Sempione con il suo Arco della Pace, pensata come una Porta sulla città proibita ora restituita ai milanesi, o la rinnovata Corsia de’ Servi, rettificata e divenuta il nuovo Corso Vittorio Emanuele. E ancora la Contrada del Monte (oggi Via Monte di Pietà), e i palazzi costruiti sulla Corsia dei Giardini (oggi Via Manzoni), coi suoi meravigliosi cortili tanto decantati da Stendhal.

Insomma un’altra Milano, che potete scoprire, con i vostri ragazzi, con il naso rivolto all’insù.

 

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