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Max Mayall Fine sotto il LUME dell’osteria della luna

Esiste a Milano un angolo davvero particolare, ricco di testimonianze storiche e caratteristico, come immaginiamo essere una certa Milano di altri tempi, dove il tempo si è fermato, come in una cartolina d’epoca: stessa trasandatezza, poca luce tra i vicoli mai dritti, umidità… e tanto tanto fascino!

Vi chiederete ora dove sarà mai questo luogo? E’ in una piccola traversa di Corso di Porta Romana, anzi è un piccolo accesso, chiuso al traffico, di uno slargo pedonale ricavato dal sagrato dell’antichissima Chiesa di S. Nazaro in Brolo, che la toponomastica ha voluto battezzare vicolo S. Caterina.

 

L'edificio dietro il Mauseoleo, dove il vicolo S. Caterina piega

L’edificio dietro la Chiesa di S, Nazaro in Brolo, dove il vicolo S. Caterina piega (foto Robert Ribaudo)

Qui sorgono i locali dell’antica locanda La Pergola e del palazzetto sopra il vicolo che oggi sono visitabili. Si!… Grazie all’impresa di alcuni coraggiosi studenti della vicina Università Statale, che riunitisi nel colletivo LUME, hanno fatto “chiarezza” sui motivi e sulla condizione di totale abbandono dell’edificio. Hanno appurato così che il Pio Albergo Trivulzio, dopo aver sradicato l’intero tessuto abitativo, nonché l’attività ristorativa storica, non ne deteneva più la proprietà, in considerazione di una dubbia e poco trasparente cartolarizzazione a favore di privati. Ciò dopo anni di oblio, e dopo una bonifica dei malandati locali, ha creato l’occasione per il rilancio degli spazi, come luogo di aggregazione giovanile urbana come centro culturale di confronto, non a scopo di lucro. Si tengono  mostre, concerti, seminari, che al di là del loro specifico interesse, vi permetteranno di scoprire un angolo nascosto e rifunzionalizzato, in maniera del tutto autogestita, della nostra sfuggente città.

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MAX MAYALL FINE- LEAD VOCAL, GUITAR JULIE SHU SHU- DRUMS IVO BARBIERI- BASS CRISTIANO DA ROS- BASS FABIO CHESINI- SAX IVAN PADOVANI TRUMPET GIACOMO MOLTENI- CELLO SOLEIL VACCARELLA- BACKING VOCAL

Stasera qui assisteremo al concerto dei Max Mayall Fine che proprio in questi giorni debuttano con il loro primo CD, dal titolo Now. Anzi direi che sarà una vera e propria presentazione ufficiale di un progetto dalla lunghissima gestazione: dopo una prima versione “ufficiosa”, che girava già dal 2015 in Polonia e Slovacchia, l’artista Max ha condotto un ulteriore revisione dei suoni, per far uscire il disco in Italia, con la nuova band, assemblata anche questa dopo una scelta molto acurata degli elementi. Questo coraggioso progetto verrà commercializzato sia in versione digitale (acquistabile su Sounday) e in una singolare edizione stampata esclusivamente su vinile in edizione limitata e disponibile durante i live dell’artista. Si tratta di un album composto di 10 tracce dove si esalta l’umanizzazione della musica in contrapposizione all’esaperata digitalizzazione delle esigenze commerciali: le frasi musicali, le sfumature sono lasciate alle sensibilità dei singoli elementi, nel rispetto però dei temi dell’autore. Seppur il sound risulti molto orecchiabile e le linee melodicamente gradevoli, non mancano i toni graffianti e non è difficile scorgere la grande cultura vintage da cui tutto nasce (Frank Zappa, Jimmi Handrix, e persino Astor Piazzolla e Ravel).

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Ma noi di MaQ volevamo capire di più di questo luogo e siamo andati alla scoperta delle origini. E’ così che abbiamo scoperto che nello stesso periodo in cui il Bramantino costruiva il Mausoleo Trivulzio  sulla piazza, venivano sul fianco sinistro ricavati dei volumi di servizio per i canonici dello stesso edificio principesco davanti alla vecchia Basilica di S. Nazaro, con accesso dalla parte più assolata del vicolo. Si tratta di una costruzione alta e stretta che si abbarbica letteralmente sul più nobile edificio e che si erge su più antichi locali sotterranei voltati, già di servizio al culto della basilica di epoca cristiana, forse ad uso cimiteriale. La cortina esterna si presenta in mattoni rossi, le finestre sono piccole e insufficienti per fare entrare la luce all’interno, ma l’aspetto è quello di una casa-torre, quasi a guardia del mausoleo. Sul lato lungo c’è persino una targa in pietra con l’arme del Trivulzio, a cui questo stesso edificio apperteneva, e che gli eredi nei secoli successivi avevano fatto entrare nei beni di un’impresa più nobile per la città: il Pio Albergo Trivulzio, per l’assistenza agli anziani indigenti. Qui ci hanno abitato per secoli cittadini dell’operosa Milano ad un prezzo calmierato, ai limiti dell’indigenza, a giudicare dello stato in cui versavano i locali interni. Alla base i locali su strada erano stati adibiti da tempi immemori, a osteria.

Il murales, riproduzione di un'illustrazione di Gustavo Dorè, raffigurante l'arrivo

Il murales all’ingresso della vecchia trattoria La Pergola, riproduzione di un’illustrazione di Gustavo Dorè per i Promessi Sposi, raffigurante l’arrivo di Renzo all’Osteria della Luna Piena (foto Robert Ribaudo).

L’ingresso a questi ultimi locali già adibiti a storica locanda, che solo in ultimo fu nota col nome de La Pergola, avviene, già al principiare del lato lungo del vicolo, attraverso una copertura sporgente dal corpo più basso, che rettifica la risega del costruito lungo la via e che probabilmente storicamente doveva essere una piccola corte, che come dice lo stesso nome, era ricoperta di rampicante. Ma quello che rende interessante il locale, ormai dismesso ( e se avrete la pazienza di farvi guidare lungo questo breve percorso vi diremo anche il perché), sta nella sua storia, come il murales realizzato dai nuovi “occupanti” racconta. I più ravvisano essere il luogo in cui il Manzoni, nei Promessi Sposi, colloca la locanda della Luna Piena, dove Renzo ubriaco, viene arrestato. Per altro questa è sempre stata zona ricca di luoghi di ristoro: la vicina Via degli Osti e la vicinanza alla Porta Romana, come luogo di sosta all’entrata della città venendo da sud, lo testimoniano. Era uno dei luoghi più amati dai carrettieri degli inizi del Novecento: una bettola con mescita di vino «che ognuno, entrando – si legge in un saggio sulle osterie milanesi che risale agli Anni Trenta – trovava già bell’e servito nel bicchiere, sicché non avevano che da pagare i suoi cinq ghei, bere e andarsene».

L'antica chiesa di S. Caterina, tra l'abside di S. Nazaro e il palazzetto giallo a destra (foto di Robert Ribaudo)

L’antica chiesa di S. Caterina, tra l’abside di S. Nazaro e il palazzetto giallo a destra (foto di Robert Ribaudo)

 

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