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Milano…una città per pazzi!

Milano è la mia città. Che io la ami, non vi è dubbio. Che fosse viva e ricca di opportunità, nulla di nuovo. Che fosse la più europea e internazionale del nostro paese, anche questo è abbastanza evidente. Ma vorrei chiedervi: vi siete mai domandati se Milano è anche una città per pazzi? E sottolineo: non “di” pazzi, ma “per” pazzi. Ebbene sì! Lo è! E ora vi spiego perché.

Comincerò allontanandomi di alcuni chilometri da Milano, ma poi, alla fine, il nostro breve ma folle viaggio, ci porterà nuovamente all’ombra dei grattacieli della nostra metropoli. Partirò da un passato che noi di Milano al Quadrato abbiamo già avuto modo di conoscere, ma non mi fermerò certamente lì! Vi condurrò poi infatti nel vivo di un presente completamente nuovo, positivo, inclusivo e aperto al mondo, che proprio qui a Milano, trova la sua realizzazione.

A soli 15 km dalla Madonnina, per la precisione a Limbiate, vi è ciò che resta di un complesso enorme, quello dei padiglioni dell’ex Ospedale Psichiatrico Giuseppe Antonini,  il cosiddetto “Manicomio di  Mombello”, del cui tetro fascino – come anticipato – siamo stati già in precedenza testimoni.  Si tratta di un complesso che ha unito una storia fatta di sfarzo e grandezza (la Villa Arconati-Crivelli fondata nel XIV sec. che ha ospitato sovrani e imperatori), a un passato di dolore: dal 1863 la struttura è stata trasformata in un manicomio, il più grande d’Italia, dove i pazienti sono stati sottoposti a “cure” che oggi chiamiamo col loro nome, ossia torture (non da ultimo l’elettroshock). Lo stesso figlio illegittimo di Mussolini, Benito Albino, morto nel 1942, vi era stato internato. Nel 1978 la Legge Basaglia ha portato alla chiusura dei manicomi e così, anche quello di Mombello , è stato svuotato dai suoi forzati inquilini.

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Interno del “Manicomio di Mombello”

Oggi, gran parte del comprensorio, in comproprietà tra ASL e Provincia di Monza-Brianza, si trova in uno stato di completo abbandono, tanto da essere oramai inquietante meta solo di tossici, writers e fotografi. E questo è il passato, ed è stata la realtà di tanti che comunemente chiamiamo “matti”.

Altra immagine di interno del manicomio.

Altra immagine di interno del manicomio.

Franco Basaglia, lo psichiatra e il promotore della riforma psichiatrica in Italia (da cui il nome della Legge), affermava che i manicomi, in cui si internano i malati al fine di renderli inoffensivi, sono proprio i luoghi dove le persone rinchiuse, private della libertà, delle relazioni, e quindi della propria stessa identità, trovano non supporto o guarigione, ma il proprio annullamento. Da allora, la storia della cura psichiatrica, ha preso, per fortuna, un nuovo corso.

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Il Prof. Carlo Scovino

Allontaniamoci quindi da Limbiate e torniamo a Milano, per vivere il presente di una realtà che fa bene al cuore, perché è l’esempio di come anche il Sistema Sanitario pubblico, così spesso denigrato, funzioni, e anche molto bene. E’ agosto:  la città, svuotata, è abitata quasi solo da turisti. Chiamo Carlo Scovino, un amico che è co-responsabile delle attività di riabilitazione dell’Unità Operativa di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli Sacco, che collabora da oltre 10 anni col Presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP), Prof. Claudio Mencacci, su progetti innovativi per l’inclusione, la solidarietà, l’empowerment e la lotta contro lo stigma. Carlo mi dice che sta per partire con i suoi pazienti psichiatrici per un nuovo viaggio. Un viaggio?!? Sì! Perché questi “moderni matti” sono stati a Lisbona, Barcellona e New York, solo per citare alcune delle loro mete. Ironia della sorte, io dal canto mio, ho visitato un manicomio, ma non sono mai stato negli Stati Uniti.

I pazienti del CPS in partenza per un viaggio

I pazienti del CPS in partenza per un viaggio

Chiedo quindi di raccontarmi meglio di questa esperienza e del lavoro che viene portato avanti da una struttura pubblica di Milano, che rende la nostra città un’eccellenza in Italia, anche per i “matti”. Carlo mi dice che il CPS (Centro Psico Sociale) in cui lavora, gestisce da tempo una serie di iniziative e di progetti volti al miglioramento della qualità di vita dei pazienti nonostante e comunque i sintomi della malattia mentale. Questo significa accompagnamento quotidiano delle persone nel recupero dell’autonomia, delle relazioni sociali, e di una qualità di vita che sia piena e soddisfacente. Tema ricorrente è quello del tempo libero, che può essere così libero da essere totalmente vuoto, ed è proprio per evitare questo rischio, che i pazienti vengono accompagnati in attività anche nelle ore serali e nei week-end. Tali attività comprendono spesso dei viaggi, perché è proprio e soprattutto in viaggio che si costruiscono relazioni con l’altro, col diverso, e ci si mette in gioco.  Da dove provengono però i soldi per tutte queste attività? Anche in questo caso il processo è virtuoso: i finanziamenti sono ottenuti coinvolgendo la cosiddetta società civile, per esempio con progetti condivisi con il Centro di Ascolto della Parrocchia S. Maria del Suffragio, che si fa promotrice di tutta una serie di eventi di solidarietà che danno la possibilità di raccogliere denaro per tutta una vasta gamma di progetti. Vi è poi un’ottima collaborazione con la Regione, la Provincia e il Comune di Milano che, dal canto loro, hanno portato i pazienti del CPS a mostre, eventi culturali e spettacoli (anche alla Scala).

I pazienti del Centro Psico Sociale a New York

I pazienti del Centro Psico Sociale a New York

L’Assessorato alle Politiche Sociali e Cultura della Salute  del Comune di Milano, ha inoltre un fondo sociale, parte del quale  viene proprio destinato a progetti innovativi per i pazienti psichiatrici. Solo per fare un esempio, a breve prenderà il via il programma “Vespri Italiani”, che prevede l’incontro, lo scambio, la collaborazione, tra i pazienti milanesi e quelli del Policlinico di Palermo.  Il reparto in questo modo diventa una stanza senza più pareti, è nel mondo, e anche le barriere tra medico e paziente cadono, per lasciare posto al “gruppo”, ma potremmo quasi parlare di “famiglia”.
Chiedo quindi a Carlo  se è davvero possibile, per un medico, vivere in modo equilibrato la propria vita quando ci si carica così a fondo di quella dei pazienti, non fermandosi alla sola cartella clinica. La risposta è: “Non bisogna avere paura di chi ci chiede aiuto”Questa frase mi fa riflettere, e quando ricevo, qualche giorno dopo, le foto dei pazienti in viaggio, vedo volti, sorrisi, occhi pieni di vita, come i miei, come quelli di chiunque altro. Non c’è nulla di diverso in loro. E’ bello, proprio come contraltare ad un passato di dolore, constatare come le cose oggi siano cambiate e come Milano sia – come sempre prima in Italia – luogo dove ciascuno trova il suo posto. A proposito…se loro sono come me…e io come loro… Carlo, se leggerai quest’articolo, posso venire con voi a New York la prossima volta?!

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