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Il nostro viaggio, da Bangkok a Okinawa (parte 2)

Ci aveva portati fino a Yogyakarta, il nostro viaggio. Ma non lo sapevamo ancora, quali sorprese aveva in serbo per noi. Perché se è vero che Yogyakarta, di per sé, un viaggio lo vale già, è altrettanto vero che da qui si possono raggiungere luoghi straordinari. Che poi straordinari è pure dire poco. Ed è difficile raccontarli, o racchiuderli in una fotografia. Sono luoghi da vivere. Da fermarsi un attimo, per capirli, per capirsi. Sono luoghi di emozioni, di storia e di storie. Anche quando un terremoto li scalfisce. Anche quando il sole a picco, quella scalinata, ti consiglia di non farla. Ma tu la sali lo stesso, perché non c’è viaggio senza un po’ di sfida.

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Prambanan, 18 km da Yogyakarta (photo by Stefano Barbiero)

Pare che al tramonto sia straordinario, Prambanan. Ma noi abbiamo solo potuto immaginarlo. Siamo arrivati qui, in questo complesso di templi induisti a 18 km da Yogyakarta, a inizio pomeriggio. Faceva caldo, caldissimo. Eppure quelle pietre ti inchiodavano lì. Dovevi guardarle, toccarle. Così imponenti e così fragili. Pareva di respirarla, la sua storia. Che ha inizio intorno all’850 d.C., e che è un po’ incerta. Non si sa chi l’abbia fatto costruire, se Balitung Maha Sambu della dinastia Saniaya o se Rakai Pikatan, secondo re della dinastia Mataram. In ogni caso, questo luogo patrimonio dell’UNESCO dal 1991, sa come toglierti al fiato. Anche adesso, che i terremoti l’hanno danneggiato. In principio erano 232 tra templi e mausolei di antichi re. Un sisma devastante, nel 1600, danneggiò gravemente le strutture, poi ricostruite – quelle principali – tra il 1918 e il 1953. Nel 2006, un secondo terremoto provocò nuovi danni, ancora oggi visibili. Ma poco importa. La sua bellezza è rimasta intatta. Il tempio di Shiva, coi sui 47 metri d’altezza, i bassorilievi e un fiore di loto che è in realtà una meravigliosa statua. E poi il tempio di Brahma, quello di Vishnu, e tutti gli altri. Che si ci passeggi attorno sembra non finiscano mai.

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Prambanan, vista dal tempio di Shiva (photo by Stefano Barbiero)

 

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Da Yogyakarta, con un viaggio in pullman che sembra non finire mai, si arriva poi a Borobudur. Che io di templi nella mia vita ne ho visti a decine, ma così belli mai. Nei miei ricordi, questo immenso monumento buddhista, ha il volto di una bambina con le sue domande. La faccia sorridente di ragazzini in gita. La curiosità di due giovani ragazze musulmane, coi loro occhi su di noi. Stranieri in un posto che è di tutti e di nessuno. Perché qui non c’è ricco e non c’è povero. Non c’è cristiano, buddhista o musulmano. Borobudur accoglie tutti. Con la sua pace, la sua serena compostezza. E con l’eleganza di un passato che è incognita ed è stupore.

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Arrivo a Borobudur

 

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Una bambina sulla strada per arrivare a Borobudur (photo by Stefano Barbiero)

 

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Una ragazza musulmana chiede una foto con Alex e Mattia (photo by Stefano Barbiero)

 

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Due amiche guardano le foto scattate a Borobudur (photo by Stefano Barbiero)

Ha una base di 123 x 123 metri, Borobudur. E i suoi 35 metri d’altezza poggiano su 1.600.000 enormi blocchi di pietra. É imponente, è colossale. É un viaggio nella storia di Buddha, raccontata da 1.400 bassorilievi e 504 statue. La sua costruzione risale all’800 d.C., e la sua storia è travagliata. É buddhista, ma ha influenze indiane, persiane e babilonesi. Disastrosi eventi naturali, poco dopo l’anno 1000, costrinsero gli abitanti ad abbandonare questa zona. E, con lei, il tempio. Che venne riscoperto solo moltissimi secoli più tardi, quando l’isola di Giava finì sotto il controllo inglese. Il governatore Thomas Stamford Raffles, messo al corrente della leggenda del tempio-montagna, iniziò a cercarlo. Senza successo. Ci volle il ricercatore olandese Cornellius, coi suoi 200 uomini, per scovarlo. E per ripotarlo alla luce. E così, oggi, Borobudur è tappa immancabile di ogni viaggio in questa parte d’Indonesia.

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La scalinata che dà accesso a Borobudur

Ultima tappa del nostro viaggio in Indonesia, il Monte Bromo. Trenta gradi d’escursione termica e un’alba che non è mai arrivata. Ma che viaggio sarebbe, senza imprevisti? Per raggiungere questo cono fumante alto 2329 metri, si arriva in treno fino a Surabaya, dove decine di autisti aspettano i loro gruppi per condurli ai piedi del vulcano. Il primo impatto è con l’aria. Gelida. Sferzante. Che qui hai due scelte. O lasci che il direttore dell’hotel (confortevoli stanze prive d’acqua calda e di riscaldamento) ti convinca a noleggiare un giubbotto – che non sarà mai della tua taglia e non sarà mai pulito – o ti ricopri di coperte. Solo che devi trovarle, le coperte. E vai a farti capire! Optiamo per il giubbotto. Che è lurido, ma con cui ci dormo anche. Meglio sporca che assiderata. Alle 3 del mattino, lasciamo le stanze per arrampicarci fino al punto panoramico. Che se l’alba fosse arrivata, sarebbe stato un vero spettacolo. Ma c’erano solo nuvole, tantissime nuvole. E anche un po’ di pioggia, che non guasta mai. Ci accontentiamo della salita fin sul cratere. Ci arriviamo bagnati, storditi dallo zolfo. Ma la sua vista ci toglie il fiato. Cammini lungo un bordo che sfuma sotto i vapori. E ti senti piccolo, pure un po’ in pericolo. E allora ridi di quell’alba non vista, del freddo e della pioggia. Sorridi a un viaggio che è scoperta ed è sorpresa. Anche quando le aspettative non ci sono. Soprattuto, quando le aspettative non ci sono.

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Vista dall’hotel (photo by Stefano Barbiero)

 

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Il Monte Bromo (photo by Stefano Barbiero)

 

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Una donna del posto trasporta sgabelli per i turisti (photo by Stefano Barbiero)

 

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Abitanti locali si proteggono dal freddo (photo by Stefano Barbiero)

(To be continued…)

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