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A Ganna, per pattinare su un lago ghiacciato sulle tracce di una leggenda

Esistono alcuni paesaggi sconosciuti ai più, angoli remoti della nostra regione, che destano più di una meraviglia. Uno di questi luoghi è Ganna, nella valle omonima (VA).

E’ una piccola e amena località , meta delle Trevalli varesine per gli amanti del ciclismo, e facilmente raggiungibile per chi da Varese sale verso il valico svizzero del Ceresio con la statale SS223 verso il confine doganale di Ponte Tresa. Tale luogo, seppur immerso nell’alto varesotto, proprio ai limiti del Parco dei Fiori, è storicamente ricadente nell’immensa Arcidiocesi ambrosiana, non a caso una delle più grandi del mondo. Ed è proprio grazie alla propaganda di alcuni vescovi di Milano, che questo luogo comincia ad attirare pellegrini fin dalle zone di pianura: non ultimo Carlo Borromeo, che qui venne per far rispettare le sue Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae, cioè tutti quegli accorgimenti prescritti per tenere lontano il protestantesimo dalle aree confinali e di maggior penetrazione a Nord.

foto di Caulfieldh

Il lago di Ganna ai margini del Parco dei Fiori (foto di Caulfieldh)

Ma perché questo luogo era tanto caro ai vescovi di Milano? Il motivo è legato alla legenda di S. Gemolo, che col tempo si arricchisce e si ammanta di spin-off dal sapore miracoloso. Anzi pare che proprio un suo zio vescovo avvii il culto di un membro di una comitiva di pellegrini in pieno medioevo, forse un cavaliere a giudicare dall’iconografia con il quale è spesso raffigurato, a cui è toccata una sfortunata sorte, cioè di essersi imbattutto in una banda di malfattori che infestavano i boschi della zona. Insomma una storia alquanto frequente per chi si incamminava verso i valichi alpini. Ma la vicenda diviene leggenda quando i partcolari della vicenda si tingono di nero, o forse è meglio dire di rosso!

Mosaico sull'esterno della cappelletta dedicata a S. Gemolo

Mosaico sull’esterno della cappelletta dedicata a S. Gemolo

Gemolo col suo compagno Imerio, dopo essere stato rapinato nottetempo del cavallo del vescovo e di alcune suppellettili partono all’inseguimento della banda dei malfattori con al capo il “Rosso”. Una volta raggiunta la masnada però i due malcapitati vennero assaliti presso una fonte: Gemolo venne decapitato, mentre Imerio fu ferito, morendo poi dissanguato sul sagrato della chiesa di San Michele a Bosto, attuale periferia di Varese. Ma qui viene il bello: Gemolo, subita la decapitazione, raccoglie la propria testa, rimonta a cavallo e raggiunge lo zio vescovo in un luogo dove fu eretta una piccola cappella subito dedicata ad un santo caro ai Longobardi, S. Michele.

La torre campanaria della chiesa vista dal chiostro pentagonale

La torre campanaria della chiesa vista dal chiostro pentagonale (Foto da lombardiabeniculturali.it)

Col tempo divenne una vera e propria chiesa ridedicata a San Gemolo, che intanto era ormai venerato dalla popolazione del luogo. Oggi quella chiesetta è una mirabile badia dal caratteristico chiostro pentagonale. Doveva essere un luogo fiorente abitato da monaci, forse di tipo eremitico, ma abbandonato alla metà del XVI sec. Tutti i suoi beni vennero trasferiti all’Ospedale Maggiore di Milano. Da allora la basilica divenne parrocchia ma il parroco conserva tutt’ora anche il titolo di Priore. Il luogo è piuttosto suggestivo poiché sorge accanto ad un piccolo lago di origine alpine, che di inverno ghiaccia e diventa un patinoire naturale, che si estende attraverso un canneto fino ad una lunga e intricata torbiera.

Il percorso sulle orme di S. Gemolo prosegue alla fonte presso la quale era avvenuto il martirio, poco più avanti sul sentiero che esce per circa 2 km. dalla Valganna e si spinge, all’interno del Parco dei Fiori, verso Brinzio.

Il panorama verso Brinzio

Il panorama verso Brinzio

Nel torrente, che corre sotterraneo fra i due laghi, si vanno a raccogliere, come reliquie, i cosiddetti “sassi rossi”: si tratta di piccoli frammenti di porfido che una microscopica alga rossa rende di un colore ancora più acceso e che la tradizione popolare identificava come gocce del sangue del martire. La posizione scomoda di questa sorgente spinse i monaci del tempo a costruire, nel XIV secolo, un oratorio a poca distanza dalla strada, e da questa ben visibile. Qui, miracolosamente, ancora una volta, durante i lavori di costruzione si aprì, tra le fondamenta, una nuova sorgente. Motivo in più per cui questa nuova cappella divenne meta di contadini, soprattutto per chiedere stagioni fertili.

La cappella con l'ingresso alle spalle del sentiero

La cappella con la faccita principale che da’ le spalle al sentiero

Questa devozione, nel corso del Seicento e Settecento, travalicò i confini della Lombardia per spingersi fino in Piemonte: cominciarono ad arrivare torme di pellegrini, introducendo un’usanza alquanto strana, visto le caratteristiche idrogeologiche della zona, non proprio secca: raccogliere le acque di San Gemolo da spargere sui campi per invocare la pioggia.

Insomma, è tutto un’occasione per provare a pattinare non nella solta limtata pista delle nostre città, ma su un’enorme lastra ghiacciata nel bel mezzo della natura nel suo letargo invernale.

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