Complesso in Corso Italia di Luigi Moretti (foto di marco Introini)

Architetture milanesi: l’estetica della ricostruzione dal dopoguerra ad oggi

C’era una volta la vecchia Milano (almeno fino ai primi del ‘900).

Poi arrivarono gli anni del totalitarismo fascista e cominciarono a calare da Roma ordini di inderogabile igiene sociale per cui alcuni quartieri dovevano essere abbattuti, con la scomparsa del suo tessuto connettivo, di abitudini, mestieri e abitanti che avevano connotato la nostra città rispetto ad altre realtà italiane. Al suo posto si insediò un’architettura spesso pomposa e celebrativa rivestita di freddo marmo, materiale che alla città certo non apparteneva.

Il Palazzo di Giustizia (foto di Daniele Garnerone)

Il Palazzo di Giustizia (foto di Daniele Garnerone)

Ma poi, ancor peggio, arrivò la guerra e con essa le bombe con gli spezzoni incendiari, che colpirono indistintamente i quartieri ricchi e quelli poveri, che un tempo avevano la qualità di essere così prossimi uno all’altro, tanto da amalgamare in un tutt’uno il sentirsi cittadino di Milano , come ben ci racconta nelle sue storie Delio Tessa . Ma forse questo era comune anche ad altre città, come si può ben vedere ancora in molte realtà del sud (come a Napoli o a Palermo), dove palazzi nobiliari si affacciano sui bassi della povera gente, dove miseria e nobiltà convivono abitualmente. Insomma allora, dopo quei terribili giorni del ’44, tutto cambiò.

La Vetra bombardata all'altezza dell'attuale Via De Amicis

La Vetra bombardata all’altezza dell’attuale Via De Amicis

Ci fu una frattura netta, la città cambiò, anche sotto la spinta di nuovi fenomeni socio-economici, quali l’immigrazione dal Sud e la fretta di ricostruire. Ora però non tutte le ricostruzioni, nella concitazione del momento, furono uguali, poiché alcuni piani e lotti furono affidati al professionismo colto (e non ne faccio un problema sociale perché parlo anche di alcuni casi di edilizia popolare dei quartieri ex IACP), altri furono il frutto di vere e proprie speculazioni fondiarie dove il fine ultimo era soltanto la creazione di nuove cubature laddove c’era i cumuli delle macerie o alcuni terreni strappati ad una economia rurale (le vecchie cascine abbattute per fare spazio ai palazzoni delle nuove periferie).

Il quartiere S. Ambrogio, voluto dallo IACP su terreni agricoli della periferia

Il quartiere S. Ambrogio, frutto di un Piano di Edilizia Economico Popolare, su terreni agricoli della periferia (foto di Marco Introini)

E proprio di questo vorrei parlare oggi, di alcuni esempi eccellenti, di come le città possano apparire belle o brutte, anche proponendo linguaggi moderni con forti connotazioni di funzionalismo abitativo. Nessuno ci darà la Milano finita sotto le bombe e nessuno può fermare il progresso con i nuovi standard abitativi. Quindi sarebbe più facile e più utile per il lettore fornire strumenti di conoscenza e riflessione critica sull’architettura moderna, soprattutto quella del Secondo Novecento. A tal proposito segnalerei un sito davvero utile messo a disposizione dagli studiosi della Direzione Culture di Regione Lombardia, molto noto ai più, soprattutto per le bellissime fotografie esposte, Lombardia Beni Culturali.

Condominio ai Giardini d'Arcadia dell'arch. Minoletti, costruito dove un tempo c'era il Palazzo Melzi di Cusano, in Porta Romana (foto di Marco Introini)

Condominio ai Giardini d’Arcadia dell’arch. Minoletti-Chiodi-Lanza, costruito dove un tempo c’era il Palazzo Melzi di Cusano, in Porta Romana (foto di Marco Introini)

Da poco è stato arricchito di un sub-portale tematico proprio per gli studiosi di architettura, per i professionisti, ma anche per la gente comune che intende informarsi e approfondire le proprie conoscenze in merito alla Milano della ricostruzione. Si tratta di lungo lavoro di ricerca, intitolato L’architettura in Lombardia dal 1945 ad oggi. Selezione delle opere di rilevante interesse storico-artistico, condotto in collaborazione tra Politecnico di Milano, Regione Lombardia e Ministero dei beni e delle attività culturali. Si è arrivati, attraverso un censimento di più di 1000 esempi, all’individuazione e descrizione di oltre 600 opere di architettura moderna, di cui è stata ricostruita la vicenda storica attraverso approfondite indagini sul campo, bibliografiche e d’archivio che hanno consentito di recuperare un elevato numero di elaborati grafici, carteggi e fotografie d’epoca.

Disegni originali del progetto per il Super Garage di Via De Amicis

Disegni originali del progetto per il Super Garage di Via De Amicis

Queste ultime si sono rivelate preziosa fonte di informazione anche sullo stato di conservazione degli edifici e sulle loro alterazioni, oltre che sull’evoluzione della città moderna e contemporanea.

Si tratta naturalmente, al pari del tessuto storico, di un patrimonio espressione del carattere di una città, del suo modo di pensare e abitare. Oggi alcune di esse hanno più di 70 anni, e necessitano come tutti i materiali che si degradano, di interventi urgenti che spesso vengono fatti nella totale ignoranza di cosa si sta alterando. Spesso si opera nel buio della conoscenza, ma il più delle volte, a questa si aggiunge la sete di profitto dei privati (spesso con la malconsigliata pratica dei sopralzi di dubbio gusto), o sotto la spinta di fameliche e inderogabili opere che gli amministratori condominiali promuovono senza nessuna cognizione di causa (come nel caso di facili alterazioni di facciate, sostituzioni di infissi, o come nel caso di alcune pesanti manomissioni per la messa a reddito di alcune parti comuni).

Casa Tognella, dell'arch Gardella Ignazio al Parco Sempione, com'era. Rappresenta un esempio di una delle poche opere vincolate, dopo una sopraelevazione molto discussa (foto

Casa Tognella, dell’arch Gardella Ignazio al Parco Sempione, com’era. Rappresenta un esempio di una delle poche opere vincolate, dopo una sopraelevazione molto discussa.

Poche tra le opere di famosi architetti del periodo preso in esame, quali Gio Ponti, Gardella, Figini e Pollini, Magistretti, Albini, per citare solo alcuni autori, sono tutelate. E quando lo sono, come nel caso del Marchiondi di Vittoriano Viganò, nessuno sembra disposto a investire nel loro restauro. Si tratta quindi di un patrimonio architettonico a rischio, per il quale è necessario interrogarsi sui possibili strumenti di tutela. Il vincolo monumentale rimane quello più efficace, ma non sempre è applicabile. Anche l’attenzione verso questo patrimonio da parte della pianificazione urbanistica è ancora limitata.

Allora noi pensiamo, come gli studiosi che gravitano intorno al gruppo di lavoro per la valorizzazione dell’architettura del Secondo Novecento, che al di là degli strumenti normativi la miglior tutela è quella data dalla conoscenza diffusa. Tanto più il valore di questa architettura sarà condiviso da committenti, progettisti, amministratori pubblici e cittadini, tanto più sarà possibile salvaguardarla e valorizzarla.

Complesso di Corso Italia di Luigi Moretti. A sinistra si inravede un'altra opera della Milano moderna, la Torre Velasca del gruppo di progettisti BBPR (foto di Marco Introini)

Complesso di Corso Italia di Luigi Moretti. A sinistra si intravede un’altra opera della Milano moderna, la Torre Velasca del gruppo di progettisti BBPR (foto di Marco Introini)

La selezione delle opere, che oggi sono esposte su questo nuovo strumento di ricerca, si basa su una collaudata metodologia messa a punto dal Ministero per i beni e le attività culturali e turismo (MIBACT), che tiene conto sia della loro fortuna critica, sia della rilevanza per il contesto locale. Importanti sono stati inoltre i suggerimenti forniti dagli Ordini degli Architetti attraverso i loro delegati.

Inoltre, questa catalogazione va intesa come un sistema aperto, che non si esaurisce con questa ricerca, ma che viene costantemente incrementata attraverso le preziose segnalazioni di Istituzioni, Ordini professionali e privati cittadini, spesso orgogliosi di abitare in edifici di tale singolare natura.

Lampada al neon di attilio Fontana, oggi esposta al Museo del Novecento a MIlano

Lampada al neon di Attilio Fontana, oggi esposta al Museo del Novecento a MIlano

E’ anche grazie a queste iniziative che la nostra città sta conoscendo un turismo straniero, ma anche italiano, che viene a Milano per studiare quest’estetica del Novecento, che ha accompagnato le avanguardie di tutte le forme artistiche del Moderno.

 

 

 

 

Share this:

Leave a comment