20170318_154135

A Milano, due chiese cimiteriali e un pizzico di mistero

Ci sono due chiese a Milano dove l’horror la fa da padrone: una è S. Bernardino alle Ossa, che solo il nome è tutto un programma, e l’altra è S. Giovanni e Carlo al Fopponino!

Iniziamo da quella più centrale, S. Bernardino, sull’antico Brolo di S. Stefano, già “verziere” per due motivi: il primo perché faceva parte, anticamente, degli orti del vicino Arcivescovado e secondo perché qui anticamente si svolgeva un mercato della verdura, proprio accanto al vecchio cimitero, sorto per un antico Ospedale di S. Stefano.

Ma qual è la peculiarità di questo luogo?

20170318_154215

L’interno dell’Ossario (foto di Robert Ribaudo)

Innanzitutto l’apparato decorativo della cappella più interna, dove sono affastellati ossa, e crani a comporre quadri tanto macabri quanto degni del gusto barocco dell’horror vacui.

E poi da dove arrivano queste ossa?

Già nei primi del XIII sec., il cimitero annesso alla vicina basilica di S. Stefano pare fosse del tutto esaurito in ogni ordine di grado e posto. A questo punto i cadaveri furono affastellati in una camera-ossario. Alla metà dello stesso secolo, l’allora Priore dell’Ospedale decise di far erigere una chiesetta vicina all’Ossario, dedicata alla passione di Maria Vergine. L’importanza del luogo e le rendite conseguenti garantirono che già nel secolo successivo si desse disposizione per approntare una sopraelevazione, soprattutto per alcune funzioni sacre di una Confraternita, i Disciplini, che si occupava proprio della custodia dei cimiteri, presso alcune chiesette nei pressi dei Corpi Santi intorno alle antiche mura. Il complesso fu però sepolto dalle macerie dovute al crollo del campanile della vicina basilica di S. Stefano (di cui si trova ancora oggi traccia sulla piazza, a destra della facciata della chiesa, come relitto più vetusto della più antica basilica ambrosiana).

 

La chiesa più antica sul vicolo omonimo, chiuso di notte da una cancellata

La chiesa più antica sul vicolo omonimo, chiuso di notte da una cancellata (foto di Robert Ribaudo)

Nel 1642, in piena epoca barocca, il complesso venne riedificato e l’Ossario dovette essere rifatto ex-novo e completato nel 1695 con l’abbellimento della vicina cappella rivestita internamente di resti umani. Questa volta però il “materiale” non era proveniente dal cimitero di cui si era già persa traccia (tanto è vero che il piazzale era luogo di mercato), ma da cadaveri “freschi”. Infatti si creò un putridarium, cioè  un luogo destinato alle tombe a scolatoio. Si crearono, all’interno dell’edificio, delle piccole cavità di pietra a forma di sedia che accogliessero il cadavere in posizione fetale affinchè perdesse i liquidi: una sorta di mummificazione che avveniva in loco, con un conseguente fetore che appestava l’aria e gli ambienti circostanti.

Il macabro apparato decorativo all'interno della cappella-ossario (foto di Robert Ribaudo)

Il macabro apparato decorativo all’interno della cappella-ossario (foto di Robert Ribaudo)

Spesso i cadaveri erano morti decapitati (o condannati a morte), che spesso i Disciplini accompagnavano e assistevano fino al patibolo o appartenenti alla Confraternita, e ancora corpi di carcerati, deceduti nelle prigioni, oppure di nobili milanesi che erano stati già sepolti in chiese vicine alla Basilica di S. Stefano.

Ancora per lungo tempo però la tradizione meneghina ritenne che tali resti appartenessero ai martiri cristiani uccisi ai tempi di S.Ambrogio, motivo sufficiente per coniare per la chiesa l’appellativo di ossario degli ‘Innocenti‘, e per essere oggetto, per secoli, di culto e venerazione.

20170318_161204

L’ingresso alla chiesa su Piazza Santo Stefano (foto di Robert Ribaudo)

Proprio da questa grande devozione derivò la decisione, da parte dei Disciplini, di costruire, nel 1750, una nuova chiesa, più ampia, l’attuale edificio d’ingresso, sul luogo della precedente chiesetta! Per tutti divenne così S.Bernardino dei Morti o ‘alle Ossa’. All’interno, al di là dei macabri altari, artisticamente rilevante è l’affresco della cupola della cappella-ossario, di Sebastiano Ricci, che raffigura le anime purganti che ascendono alla gloria del Paradiso fra gli angeli; nei pennacchi le apoteosi dei quattro Santi.

L'intradosso della cupola con gli affreschi di Sebastiano Ricci e con il macabro apparato alla base (foto di Robert Ribaudo)

L’intradosso della cupola con gli affreschi di Sebastiano Ricci e con il macabro apparato alla base (foto di Robert Ribaudo)

La seconda chiesa, che qui vi vogliamo presentare, è anch’essa una chiesa cimiteriale o, più precisamente, di una “Foppa”, cioè sussistenti ai bordi di quelle grandi fosse comuni sorte durante la peste di manzoniana memoria, ubicate al limitare delle mura urbiche. Non è un caso che la sua denominazione precisa sia Chiesa di San Giovanni Battista e San Carlo Borromeo (che troneggiano peraltro sul portale d’ingresso all’area) al Fopponino, tra piazzale Aquileia e via San Michele del Carso.

Il dipinto di Angelo Trezzini-la passeggiata del giovedi, del 1869, che immortala l'ingresso all'area col muro di cinta

Il dipinto di Angelo Trezzini-la passeggiata del giovedi, del 1869, che immortala l’ingresso all’area col portale coi due santi Carlo e Giovanni

Diventò col tempo un vero e proprio cimitero rionale, dove venivano traslati i cadaveri del sestiere di Porta Vercellina, nonché gli israeliti. Nel 1662, dicono i documenti, vi fu integrata una chiesa, costruita grazie ad un lascito privato. Anche qui, risulta la realizzazione di una Canonica per la “Confraternita della buona morte”, sia maschile che femminile. Questo consesso fu fondata nel 1664 e fecero subito proprio, come sede in loco, il basamento del campanile e la porzione del piano terra della cappella di sinistra della Beata Vergine. L’abbellimento della chiesa è testimoniato fino all’inizio del XVIII sec., quando con le soppressioni austriache l’edificio perde la sua valenza di luogo di culto, con la consguente chiusura. Ha inizio da qui un periodo di lenta ma inarrestabile decadenza con lo spostamento dello stesso cimitero alle spalle della chiesa.

L'acquarello El Fopponin fuori Porta-Magenta di Arturo Ferrari, datato tra il 1890-1910.

L’acquarello El Fopponin fuori Porta-Magenta di Arturo Ferrari, datato tra il 1890-1910.

L’apice dell’abbandono si tocca nel 1895, dopo la costruzione del Monumentale e del Cimitero Maggiore, quando il Fopponino viene soppresso, come d’altronde gli altri cimiteri fuori dai sestieri: sull’area si aprono vie, case e persino il carcere di S. Vittore. E’ così che ci si convince, anche per le modeste dimensioni, non più atte a ricevere la nutrita massa di fedeli della zona, che la decisione migliore è quella di abbondonarla a se stessa e di costruirne una moderna, a fianco: tra 1961 e ‘63, si innalza così l’attigua parrocchia di San Francesco di Giò Ponti. La chiesetta resta chiusa per decenni, aperta solo per qualche sporadica funzione o per qualche matrimonio.

La cappelletta-del fopponino di Porta-Magenta di Achille-Beltrame,1900-1910

La cappelletta del Fopponino di Porta Magenta di Achille Beltrame, 1900-1910

A rammentare l’antica funzione del piazzale resta su via San Michele solo una cappelletta dell’inizio del Seicento, lungo il muro di cinta (di epoca successiva), con ornati funebri ed una scritta inequivocabile: «Ciò che sarete voi noi siamo adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso».

la chiesetta del Fopponino oggi (foto di Robert Ribaudo)

la chiesetta del Fopponino oggi (foto di Robert Ribaudo)

Da poco la chiesa, grazie ad un crowfunding dei residenti, è stata sottoposta ad un restauro e riaperta dopo un lungo oblio. Motivo di più per guadagnarsi una visita, necessariamente il fine settimana, grazie alla buona volontà di un gruppo di volontari della zona, almeno fino a fine giugno!

 

Share this:

Leave a comment