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Miele urbano: nato a New York, è approdato anche a Milano

É una tendenza iniziata a New York, quella del miele urbano. Qui vive Andrew Cotè, uno degli apicoltori più celebri del mondo, fondatore della Bees Without Borders. Qui, nell’East Village, 250 cassette per le api producono oltre 300 kg di miele l’anno, e il frutto del loro lavoro va tutto in beneficenza. Ma, come tutte le tendenze che negli USA nascono e si affermano, anche quella del miele urbano ha ben presto lasciato i confini della Grande Mela. Per arrivare a Milano, a due passi dal Duomo e a uno dal cielo.

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Il celebre Miel Béton francese.

A Parigi c’è il Miel Béton, che nasce sui tetti del quartiere di Saint Denis e che viene venduto a Lafayette. E c’è persino la Banque du Miel: bastano 10 euro per avere un’arnia condominiale e un po’ del suo raccolto. A Tokyo, il quartiere in cui le api vengono allevate, è di quelli super trendy. Siamo a Ginza, e qui di mieli ne nascono tantissimi: si va dal miele di ciliegio a quello di castagno, dal mandarino all’ippocastano. C’è poi Londra, dove chiunque può aspirare a diventare un apicoltore di città, per produrre il suo miele urbano. E Vienna, e Melbourne, e Berlino. Ci sono gli alveari con vista (a Skala Eresou, Isola di Lesbo), e quelli di design. Perché quella del miele urbano non è una moda. E neppure una “snobberia”. Qui a Milano, ne parliamo con Mauro Veca, che di questo tema è pioniere. É lui, il produttore di ilmielediElia.

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Le diverse varietà de ilmielediElia.

Come è nata la tua passione per le api e come hai cominciato la tua attività di apicoltore? «É una passione nata 18 anni fa, insieme alla nascita di mio figlio Elia. Ho iniziato a lavorare come tecnico apistico per l’Associazione Produttori Apistici della Provincia di Milano, ma fin da subito mi tono dedicato anche all’allevamento».  Quali differenze vi sono tra gli alveari – e i loro prodotti – nati in un contesto cittadino, e quelli più “tradizionali”? «In ogni luogo urbano in cui colloco gli alveari, produco un millefiori che è espressione unicamente di quella zona (Parco delle Cave, Parco delle Risaie, Triennale, orti di via Padova…). Per il resto, gli alveari di città sono identici agli alveari che si possono trovare in campagna, solo sono in numero limitato per non “spaventare” i cittadini. Senza dimenticare che, a Milano, gli alveari non sono solo dei produttori di miele: con le api realizziamo tantissime attività didattiche per i bambini. É l’educazione, il loro prodotto più importante». Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? «Consiglio sempre di seguire un corso di apicoltura che, alla teoria, abbini la pratica. Perché la manualità e l’immaginazione sono infinitamente più importanti delle nozioni che si imparano a scuola!».

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Un’immagine di Honey Factory (photo by Delfino Sisto Legnani).

Sempre in tema di miele urbano, c’è un progetto di cui Mauro Veca fa parte, e che di Milano è un po’ un orgoglio: stiamo parlando della Honey Factory. Disegnata da Francesco Faccin e prodotta da Riva1920 in occasione del Salone del Mobile 2015, e poi di Expo Milano, la Honey Factory è una maxi arnia che – da ormai due anni – popola il giardino della Triennale. Somiglia un po’ ad una scultura, con i suoi oltre 4 metri d’altezza. É bella, ed è funzionale. Mantiene una temperatura e una ventilazione ottimali ed è, per i bambini, fonte di magia. Perché è soprattutto per loro, che Honey Factory nasce. Per insegnargli lo straordinario mondo degli insetti, e la loro utilità. In tutta sicurezza: le api vi accedono dall’alto, senza mai entrare in contatto con l’uomo. Una volta dentro, una porta di vetro permette di “spiare” ciò che, all’interno di quella grande torre, accade.

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Un momento didattico nei giardini della Triennale (photo by Delfino Sisto Legnani).

Ma in Italia, il miele urbano non è solo a (e di) Milano. A Torino c’è UrBees, che gli alveari li ha installati in residenze private, musei, centri socio-culturali e orti urbani. E che, come obiettivo, ha la raccolta di dati ambientali per la riqualificazione del verde cittadino. Un progetto nato nel 2010 e che, lo scorso 2 marzo, si è chiuso senza però finire. Così scrive su Facebook Antonio Barletta, che di UrBees è anima e fondatore: “Finisce qui l’avventura torinese di UrBees. Lascio la città che mi ha insegnato a sognare ad occhi aperti, che mi ha supportato nei deliri apistici. Una città che continua ad aver bisogno delle api e di un’alta attenzione sui temi ambientali. Lascio a Torino gli apiari urbani realizzati nel tempo. Lascio le api a persone che in questi anni hanno assistito e partecipato alla realizzazione del primo progetto di Apicoltura Urbana in Italia. Lascio alle api urbane la libertà di passeggiare per le vie torinesi in cerca di preziose informazioni per semplificare e migliorare la qualità di vita dei cittadini. Lascio Torino ma non mi sognerei mai di lasciare UrBees. Porterò UrBees nel mondo, me lo sono promesso“.

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Il miele di UrBees.

Perché il miele urbano può nascere ovunque. E per mano di chiunque. Nasce dall’amore, dalla passione. Dalla conoscenza. In un parco cittadino, o sul tetto di un museo, le arnie sono oggetto e meta d’aggregazione culturale, sono una favola raccontata ai bambini. Ma sono anche termometro di come, le nostre città, stanno. Perché dell’inquinamento ambientale le api sono un’antenna. E forse dovremmo smetterla di considerarle nostre nemiche, una volta per tutte.

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