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Quale destino per Città Studi?

Nell’ultimo periodo abbiamo letto o assistito, nelle cronache di Milano, ad un gran fermento proveniente dal  Settore Urbanistica.

Oltre degli oltremodo lenti e discussi lavori per la Metro 4, si è parlato di riapertura di navigli, riconversione dell’anello ferroviario urbano attraverso una serie di idee, e non ultima la nuova destinazione d’uso per l’area Expo. Di quest’ultimo tema, francamente potrebbe importarci davvero assai poco, posizionata com’è ai “confini dell’impero”. Ma invece comincia a divenire un affare spinoso per tutta una serie di conseguenze che si porta dietro: lo spezzatino di società che si sono susseguite all’evento internazionale, invero davvero deludente in fatto di afflussi e utili, la bagarre per la gestione di un’area che pare non aver pace dopo decenni di sonnacchiosa attesa per la bonifica (ricordiamo che stiamo parlando di un’area con stoccaggio di idrocarburi e sostanze inquinanti!). Ora gli interessi intorno a questa landa desolata, dove è rimasto il Padiglione Italia e l’Albero della Vita, sono divenuti piuttosto corposi per i soci di parte privata, e stringenti  per una politica che cerca un riscatto dal disavanzo economico che la parte pubblica ha ereditato. Insomma un caso che ha tenuto in stallo per mesi giunte di tutti i gradi e colori. Ma adesso ecco la trovata! Svuotare di senso un pezzo di città per costruire una “Città della Salute”, o sarebbe meglio dire, trasferire solo le facoltà scientifiche dell’Università Statale a Rho/Pero nell’area lasciata vuota da Expo, la facoltà veterinaria a Lodi, e portare gli Istituti Besta e Tumori a Sesto San Giovanni, nell’area ex Falk.

Il nuovo polo Expo (immagine tratta da z3xmi.it)

Il nuovo polo Expo (immagine tratta da z3xmi.it)

Questa operazione sta avvenendo ai piani alti dei palazzi del potere e di Arexpo (la società che ha erditato la gestione dei terreni della grande Esposizione Universale) senza una vera discussione pubblica sull’argomento. Ma perché direte voi la politica del buon senso o per dirlo in termini tecnici un’urbanistica contrattata, condivisa dal territorio, dovrebbe sentire la cittadinanza su un tema tanto marginale e per un’area periferica? Alla fine il trasferimento delle facoltà scientifiche di Città Studi riguarderà oltre 30 mila persone, tutto il quartiere e l’intera zona 3 di Milano saranno condannati ad un inesorabile declino culturale, sociale ed economico, poiché questo allontanerà l’indotto economico portato dagli studenti e sconvolgerà gli equilibri abitativi dell’area di cui peraltro non se ne conoscono i destini. Inoltre il nuovo Campus progettato sull’area Expo appare già adesso insufficiente, poiché non si è tenuto conto della trasmigrazione residenziale e della richiesta di posti letto degli studenti gravitanti sull’area, ricezione che dovrà essere assorbita inevitabilmente dai quartieri a cavallo tra la periferia Nord di Milano/Rho e Pero, sconvolgendo a questo punto un altro pezzo di territorio. Se questo non vi sembra sufficiente per indire un referendum, magari alternativo a quello tanto sbandierato, entro fine anno, per l’apertura dei navigli…Vi informiamo che intanto dal Senato accademico dell’Università Statale è già arrivato il primo SI; da quanto apprendiamo la decisione dell’Università non vincola al trasferimento. La decisione ultima avverrà probabilmente a settembre, dopo la consegna di progetti e costi da parte degli immobiliaristi interessati. Ma il voto di qualche giorno fa consegna di fatto alla società Arexpo il mandato per avviare la realizzazione del masterplan. Insomma tutto è pronto per scatenare gli appettiti degli immobiliaristi che avranno un altro pezzo di città su cui banchettare e sul quale il Comune avrà davvero poco da dire. Mentre tanto da dire avrebbe su quella che un tempo veniva chiamata la zona Città Studi: vorrebbe trasferirci le attività del Politecnico dopo l’abbandono da parte della Facoltà di Architettura degli spazi in Bovisa o si vuole lanciare anche qui una nuova campagna di demolizioni dei bei padiglioni di inizio ‘900 per costruire grattacieli per gli speculatori nostrani o far spazio alle multinazionali in fuga dalla City di Londra dopo la Brexit?

Il bel padiglione della Clinia Veterinaria a Città Studi: esempio di architettura a rischio

Il bel padiglione della Clinia Veterinaria a Città Studi: esempio di architettura a rischio

Insomma gli interrogativi sono tanti ma vorrei ricordare che il rischio che si paventa anche da parte del Comitato di cittadini per Citta Studi, è grande: la privazione di un gioiello oltre che di un pezzo di storia della nostra città, da parte dello stesso Comune. D’altronde la storia di questa zona seppur relativamente recente, ci dispiega un capitolo importante per lo sviluppo sociale e scientifico di Milano, ancora oggi motore dell’economia nazionale.

Infatti, in località Cascine Doppie, sulla strada per Lambrate, già dal 1910 si faceva strada l’idea di creare nuovi e più confacenti spazi per allocare le nuove Scuole scientifiche (soprattutto il Politecnico), disseminate per la città, in una nuova “Città degli Studi”. A tale scopo, Stato, Comune, Provincia e Camera di Commercio, nel 1913 costituitisi in Consorzio, acquisivano vaste aree in tale zona ancora agricola (circa 50.000 mq). Nel 1913 si stilavano i primi progetti a firma Moretti e Brusconi, successivamente portati a conclusione tra il ’15 e il ’27 dal Ferrini e Verganti in nove padiglioni a due piani per un’area coperta di 22.000 mq, inizialmente per il Politecnico, nel lotto antistante piazza Leonardo da Vinci, strutturato in un rettorato, insegnamenti generali, Ingegneria industriale, Ingegneria civile e Architettura; poi si pensò ai padiglioni dedicati alla fisica e l’elettrotecnica, l’istituzione elettrotecnica Carlo Erba, la chimica industriale, la chimica generale e l’elettrochimica. Nei due lotti a fianco furono previste la Scuola di Agricoltura, gli Istituti clinici di perfezionamento e la Scuola di Veterinaria (verso via Plinio, poi Mangiagalli); l’Accademia di Belle Arti, l’Accademia scientifico-letteraria e l’Orto Botanico (verso via Frisi, poi Pacini).

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Proprio nel 1915, si ha la prima pietra della futura Città degli Studi. I lavori, avviati per alleviare la forte disoccupazione, sono presto sospesi, riprendono nel 1919, alla fine del conflitto mondiale, e si concludono ufficialmente il 22 dicembre 1927, in pieno regime fascista, quando viene inaugurata l’intera struttura. Nello stesso anno, il Politecnico lasciava quindi la vecchia sede di Piazza Cavour (Via Vecchio Politecnico), per le nuove strutture.

Una Convenzione analoga si impegnava a costruire su un’area alla destra del Politecnico una serie di padiglioni per ospitare e convogliare in un unico luogo le altre Scuole scientifiche. Ma solo Veterinaria, Agricoltura e Fisiologia lasciarono ben presto le vecchie sedi cittadine, per trasferirsi qui. Inoltre, presso la “Citta degli Studi”, sull’isolato Viale Romagna/Pascoli/Piazza Leonardo da Vinci, nel 1936, sorgeva la “Casa dello Studente”, con una capacità di 300 letti, mensa e sale ritrovo.

Insomma a me, mentre sommariamente vi enunciavo le varie realtà architettoniche della zona, è venuta in mente un’altra recente storia milanese, di lento degrado e distruzione. Volete un aiutino? L’epilogo è simile e pure la firma degli autori materiali: gli stessi attori che hanno voluto la fine della vecchia Fiera di Milano, oggi a Rho/Fiera!

 

 

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  1. […] Oltre degli oltremodo lenti e discussi lavori per la Metro 4, si è parlato di riapertura di navigli, riconversione dell’anello ferroviario urbano attraverso una serie di idee, e non ultima la nuova destinazione d’uso per l’area Expo. Di quest’ultimo tema, francamente potrebbe importarci davvero assai poco, posizionata com’è ai “confini dell’impero”. Ma invece comincia a divenire un affare spinoso per tutta una serie di conseguenze che si porta dietro: lo spezzatino di società che si sono susseguite all’evento internazionale, invero davvero deludente in fatto di afflussi e utili, la bagarre per la gestione di un’area che pare non aver pace dopo decenni di sonnacchiosa attesa per la bonifica (ricordiamo che stiamo parlando di un’area con stoccaggio di idrocarburi e sostanze inquinanti!). Ora gli interessi intorno a questa landa desolata, dove è rimasto il Padiglione Italia e l’Albero della Vita, sono divenuti piuttosto corposi per i soci di parte privata, e stringenti  per una politica che cerca un riscatto dal disavanzo economico che la parte pubblica ha ereditato. Insomma un caso che ha tenuto in stallo per mesi giunte di tutti i gradi e colori. Ma adesso ecco la trovata! Svuotare di senso un pezzo di città per costruire una “Città della Salute”, o sarebbe meglio dire, trasferire solo le facoltà scientifiche dell’Università Statale a Rho/Pero nell’area lasciata vuota da Expo, la facoltà veterinaria a Lodi, e portare gli Istituti Besta e Tumori a Sesto San Giovanni, nell’area ex Falk. -> leggi l’articolo completo […]

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