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Valtellina 1987: trentennale di una tragedia e di una ricostruzione a lieto fine

Il 18 luglio si svolgeranno le commemorazioni ufficiali di una tragedia che colpì il territorio alpino e prealpino del settore orientale della nostra regione, e in particolare della Valtellina, da dove il fenomeno alluvionale si generò.

Si ricorderanno le vittime, le distruzioni, ma soprattutto l’esempio di solidarietà, di una macchina dei soccorsi funzionante e, soprattutto, in questo momento con 4 regioni dell’Italia Centrale in ginocchio per attività sismica, di una ricostruzione virtuosa, e coperta finanziariamente.

Oggi a 30 anni di distanza, la Valtellina infatti si è rimessa in piedi, ma rimangono ancora le ferite tra la gente, che misura quegli eventi con un metro diverso. Innanzitutto con un anello della memoria, a iniziare dalla località Aquilone, sulla strada per Bormio, e fermando il ricordo al 28 luglio 1987, cioè quando si staccò la frana più devastante per l’intero territorio.

la chiesetta del ricordo, in località Aquilone, sulla strada per Bornio (foto di Robert Ribaudo)

La chiesetta del ricordo, in località Aquilone, sulla strada per Bormio (foto di Robert Ribaudo)

Non vogliamo  fare altro che restituire una cronaca degli eventi nella precisa successione in cui avvennero.

Nei giorni tra il 17 e il 20 luglio 1987 una pioggia torrentizia si riversa sui ripidi pendii della valle che registrano anche dislivelli di 1800 m. Già sabato pomeriggio, 18 luglio 1987, dopo molte ore di piogge torrenziali, alle quali si sommeranno le acque disciolte dei ghiacciai (causa l’eccezionale temperatura che ha alzato di oltre 500 m. la quota dello zero termico), i corsi d’acqua rigonfi rompono gli argini, trascinano in Adda materiali solidi che distruggono tutto ciò che incontrano, innalzando in più punti il letto del fiume con la conseguenza di aumentare le esondazioni. Sui versanti intrisi d’acqua hanno inizio i primi smottamenti.

Il fiume Adda, come si presenta oggi, nei pressi di Bormio, protetta dagli argini (foto di Robert Ribaudo)

Il fiume Adda, come si presenta oggi, nei pressi di Bormio, protetta dagli argini (foto di Robert Ribaudo)

Alle 7.23 di martedì 28 luglio 1987 dalle parete del monte Zandìla (comunemente chiamato in seguito monte Coppetto), da quota 2300 a quota 1200 m. slm si stacca una frana di oltre 40 mln di m/cubi, che precipita in soli 23 secondi, creando un fronte di 3,5 Km e seppellendo i paesi del fondo valle. L’immensa massa giunta sul letto del fiume, risale per inerzia sul versante opposto per oltre 250 m, travolgendo grandi superfici coperte a bosco, ad eccezione di uno sperone di roccia su cui sorge la chiesetta di S. Bartolomeo, rimasta intatta.

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la chiesa di S. Bartolomeo, in Valdisotto ((sullo sperone di S. Batolamè), in località Castelaz ( da campane valtellina.it)

La caduta della montagna provoca un’onda sismica pari al quarto grado della scala Mercalli, che viene registrata dal Centro Sismologico dell’Università di Pisa. Lo spostamento d’aria prodotto è così violento da abbattere la maggior parte della case dell’abitato di Aquilone, quasi un Km più a monte: 27 sono le vittime. La dimensione e la velocità di caduta sono impressionanti: è un evento geologico che modifica la geografia della Valtellina. Il corso dell’Adda è sbarrato da detriti rocciosi, terra e tronchi d’albero per quasi 2 Km. I comuni a monte della frana sono completamente isolati dal resto della regione. Gli abitati di Morbegno,  e alcune frazioni di Valdisotto come S. Antonio Morignone, Tirindrè e S. Martino, già sfollati per la piena del 18-20 luglio, sono sepolti da terra, massi e alberi.

Una vecchia foto della frana del monte Cappellaccio

Una vecchia foto della frana del monte Coppetto che diede vita all’ostruzione del fiume Adda e al bacino artificiale

La frana distrugge gli elettrodotti a 220.000 V. che collegano la Valtellina a Milano, e interrompe il sistema dei telecomandi con il quale, da Grosio, si azionano gli impianti ubicati a monte della frana. Le acque dell’Adda, venendo trattenute dallo sbarramento formato dalla terra, cominciano a formare un lago a S. Antonio Morignone, il cui livello cresce di c. 20 cm all’ora. L’acqua limacciosa invade progressivamente il bacino (che raggiungerà, al massimo invaso, quasi 1 Kmq di superficie) e inghiotte l’abitato di Aquilone. Lo sbarramento dell’Adda e il conseguente formarsi di un nuovo grande lago naturale, cominciano a creare grossi problemi di sicurezza per le popolazioni a valle.

La piana della località Aquilone oggi, con il bacino del lago creatosi con il distacco della fetta di montagna che si vede in secondo piano (foto di Robert Ribaudo)

La piana della località Aquilone oggi, con il bacino del lago creatosi con il distacco della fetta di montagna che si vede in secondo piano (foto di Robert Ribaudo)

La Protezione Civile opera per evitare la tracimazione delle acque ordinando di limitare al massimo le portate in continuo arrivo e disponendo la costruzione di impianti di pompaggio. Tali impianti hanno la funzione di limitare l’innalzamento delle acque del nuovo lago.

L’11 agosto la Protezione Civile incarica la Società Condotte di realizzare un impianto in grado di pompare c. 5 m. cubi/sec di acqua.

Il 17 agosto la costruzione di un secondo impianto viene affidata alla Snamprogetti: la portata prevista è di 2, 5 m. cubi/sec. L’Aem è incaricata di portare l’energia elettrica necessaria al funzionamento degli impianti, in condizioni che si dimostrano subito estreme. Occorrono 27.000 Kw, 10 volte la potenza necessaria alla vicina Bormio.

la piana formatosi dopo il ritiro del lago di S. Antinio a Marignone (foto di Robert Ribaudo)

la piana formatosi dopo il ritiro del lago di S. Antinio a Morignone (foto di Robert Ribaudo)

La notte tra il 24 e il 25 agosto, mentre il volume del lago raggiunge gli 11milioni di m. cubi d’acqua, migliaia di persone vengono evacuate da tutta l’area potenzialmente interessata dall’onda di piena che si sarebbe potuta abbattere sulla valle se la frana avesse ceduto ulteriormente sotto la pressione delle acque del lago di Sant’Antonio Morignone. Nei giorni successivi più di 27.000 persone, dalla zona immediatamente a valle del lago, sino alle porte di Sondrio, devono lasciare le loro case.

Intanto, Aem in collaborazione con il centro soccorsi, si rende disponibile coi propri mezzi per affiancarsi alle attività di emergenza. Per la prima volta dal 1910 gli elettrodotti vengono usati non per inviare energia dalla Valtellina, ma per riceverla.

Il 27 agosto la Protezione Civile formula una diversa strategia: non rallentare più la crescita del lago ma, al contrario, decide di aumentarne rapidamente il livello, immettendo portate d’acqua prelevate dalla centrale Aem di Premadio, poi integrate dalle opere di presa Viola, Adda, Uzza. Si pensa così di potere svuotare il lago attraverso l’erosione del corpo di frana, durante la tracimazione. Vengono per questo sospesi tutti i lavori sul corpo di frana tra cui quelli di costruzione degli impianti di pompaggio.

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Il 28 luglio intanto la frana e il corso dell’Adda in piena modifica radicalmente la geografia della Valtellina.

Il 29 agosto, alle ora 4.00, il volume del lago è di 14,3 mln di m. cubi. La tracimazione è ormai imminente.

Domenica 30 agosto, si prepara il nuovo alveo, scavando una breccia sul fronte della frana e si comincia far defluire l’acqua accumulata a valle al ritmo di 40 metri cubi al secondo.

In seguito gli evacuati rientrano nelle proprie case e nei giorni successivi il lago viene totalmente svuotato, mentre l’Adda si adatta al nuovo corso.

Le placide acque dell'Adda oggi nei pressi della località S. Antonio di Valfurva (foto di Robert Ribaudo)

Le placide acque dell’Adda oggi nei pressi della località S. Antonio di Valfurva (foto di Robert Ribaudo)

Contemporaneamente a questi avvenimenti, la Regione Lombardia decide di agire anche sul piano del monitoraggio installando un sistema di 14 stazioni in grado di mantenere costantemente controllata l’evoluzione della situazione. Dopo quasi due mesi l’emergenza si conclude.

I danni, inizialmente stimati in 1200 miliardi di vecchie lire, risulteranno essere alla fine c. 4000.

Il 2 maggio 1990 il Parlamento Italiano emanò la legge n.102/90 (più nota come Legge Valtellina) con cui si di destinò una somma di 2.400 miliardi di lire tra il 1989 e il 1994 per il riassetto e il monitoraggio idro-geologico, la ricostruzione e lo sviluppo dei comuni della provincia di Sondrio e della adiacenti zone delle province di Bergamo, Como, Brescia.

Oggi la Valtellina è una delle mete turistiche più visitate della Lombardia.

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