Moneta03

Quando Milano batteva moneta

In una nostra proposta di itinerario per il centro di Milano, alla scoperta dei luoghi dove si è sempre prodotta ricchezza, avevamo presentato una serie di luoghi dove sin dall’antichità si batteva moneta. Vi avevamo raccontato come a Milano una zecca vera e propria comincia ad entrare in funzione dalla metà del II a.C., anche se dapprima come officina celtica, sotto il controllo dell’Impero.

Fu ereditata poi dai Goti e poi dai Longobardi, che se ne servirono ampliamente, anche per il carattere sacro che per loro, come per tutti i barbari, rivestiva la moneta con il volto dell’imperatore.

Ma dopo i lunghi secoli di decadenza della città durante il Medioevo, lontana dai centri di potere sulla penisola italica, col Rinascimento e l’avvento dei Visconti al governo della città, rifiorì una zecca autonoma, degna di un ducato. Questa aveva sede in Via Zecca Vecchia: ospita qui l’attività di conio dal 1474, sotto Galeazzo Maria Sforza, che, dopo una riforma monetaria, fa edificare un nuovo stabilimento dove battere moneta per il ducato.

Milano,_testone_di_galeazzo_maria_sforza,_1466-1476

Testone milanese: moneta argentea coniata per la prima volta nel 1474 sotto il governo di Galeazzo Maria Sforza. Prendeva il proprio nome dall’effigie del duca che era raffigurato sul diritto di profilo.

Il personale di cui si serve lo Sforza non rimane lo stesso che aveva per secoli gestito la zecca più antica. Anzi alla sovrintendenza di tale importante attività sostituisce anche la famiglia nobile “de Monetariis” , poi conosciuta come i Moneta, “arimanni” nell’epoca longobarda. Il nuovo responsabile prende ufficio in Via del Bollo, al n. 3, al primo piano , dove sono stati rinvenuti recentemente gli ambienti di rappresentanza e gli appartamenti privati del Maestro della Zecca, certo Bernardo Scaccabarozzi, al quale era affidato il controllo del flusso finanziario del ducato nell’ultimo periodo sforzesco.
Da qui è possibile inoltre accedere alla cosiddetta sala del tesoro, il caveau da cui passavano le finanze del ricco ducato fino alla fine del XV sec.

Particolare da Quentin Metsys.Cambiavalute e sua moglie (1514)

Particolare da Quentin Metsys. Cambiavalute e sua moglie (1514)

Ma oggi qui a noi interessa capire come funzionava una zecca di questo tipo. Iniziamo col dire che il conio rappresenta il sigillo dell’autorità emittente che trasforma in circolante legale il metallo su cui viene apposto, nonché lo strumento fondamentale per la produzione di monete, e talora medaglie.

Mentre nell’antichità, erano necessarie due matrici, una mobile desinata a ricevere il colpo di battuta, dalla quale deriva il conio di martello o torsello, e una fissa, incassata generalmente in un supporto di legno, definita conio di incudine, pila o pilo, qui si usavano già coni fissi.

I coni fissi, utilizzati nei periodi medioevale e bizantino e diffusi fino alla metà del XVI sec. consentivano un perfetto allineamento delle due matrici, altrimenti ottenibile solo tramite coni incavigliati, usati dagli Arabi fin dal XII sec. I coni a pinza ribaltabili offrivano inoltre la possibilità di tenere il conio più elaborato sempre dalla parte dell’incudine, per ridurre l’usura, anche se l’uso di punzoni mobili rese più agile la coniazione, consentendo il ritocco e il riutilizzo o il celere rifacimento delle matrici consunte. La coniazione a caldo facilitava le operazioni con una produzione doppia rispetto a quella” a freddo”.

Le figure impegnate in una zecca (da un'antica stampa tedesca del XV sec.): al centro in alto il Maestro di Zecca.

Le figure impegnate in una zecca (da un’antica stampa tedesca del XVI sec.): al centro in alto il Maestro di Zecca.

Nascono nuove figure all’interno dell’officina: lo spianatore, che riduce le barre metalliche in sottili strisce, battendole sull’incudine piana, fissata su un tronco dotato di bordo rialzato, perché gli oggetti non cadano; il battitore, che è anche la figura più importante, e che dotato di pesante martello affilatore o drizzatore, che torniva le strisce riducendole allo spessore, le tagliava in piccoli rettangoli, tagliando poi gli spigoli per arrotondarli martellandone infine i bordi. Inoltre si affinano strumenti quali coni d’incudine, caratterizzati dalla tipica struttura tronca piramidale o conica; coni di martello, generalmente cilindrici o tronco-conici, presenti in differenti morfologie; le cesoie per ritagliare i tondelli; il mastello chiaro in legno, che conteneva il liquido per l’imbiancatura e il lavaggio dei tondelli, preliminare alla coniazione; il forno di fusione; la cassa a più chiavi, nella quale ogni sera venivano riposti i coni e le monete battute, nonchè pinze scanalate per bloccare il tondello durante la martellatura dei bordi, coni, punzoni, sigilli, timbri, pesi monetali, bilance, per la verifica dell’esatezza di peso delle monete coniate.

Rovescio

Sullo specchio dei coni sono impresse spesso soggetti riferiti, sia per le monete come per le medaglie, iconografie legate alla storia all’arte cittadina, “imprese” sforzesche, soggetti religiosi, serie di scudi, stemmi e armi. Su coni per monete di uso quotidiano sono ricorrenti tipi epigrafici, sigle e monogrammi. La finezza esecutiva di incisori specializzati e l’intervento diretto di artisti sono testimoniati da coni e punzoni, che il più delle volte, venivano distrutti dopo la coniazione degli esemplari ordinati dal duca.

Con la coniazione a macchina nel XVI sec., i progressi meccanici e metallurgici diffusero l’utilizzo della trafilatrice e del maglio meccanico a leva. Si iniziò a sfruttare l’energia idraulica, con vantaggi notevoli: uniformità di peso e aspetto estetico della moneta, impossibilità di falsificare manualmente monete ottenute al torchio, maggior velocità del processo, con riduzione di costi, tempi e migliore qualità dell’immagine impressa.

Dritto

La minore necessità di manodopera provocò spesso resistenze all’introduzione della nuova tecnologia, ritenuta inoltre troppo dispendiosa per zecche non grandi e importanti. Ad es. a Roma si abbandonò la coniazione a martello nel 1634, in Francia nel 1643, e in Inghilterra nel 1662; solo alla fine del XVII sec. si diffuse n Europa l’uso delle macchine.

La trafilatrice facilitò la nascita di coni rotanti, di torchi a vite o bilancieri e degli strettoi con fustellatrici; il torchio a vite o bilanciere, coevo al sistema dei due coni rotanti incisi su rullo, aumentò notevolmente la pressione esercitata sui tondelli, con ottimi risultati, anche su moduli larghi, che nel XV sec. costituivano invece un problema: le monete di grande diametro (non spessore) recavano immagini poco impresse.

Nonostante il progresso, la necessità immediata di grandi emissioni provocò, in epoche diverse, il ricorso a tecniche precedenti, meno avanzate ma più semplici, integrate alle nuove per aumentare la produzione; i coni per uso manuale potevano essere impiegati anche al torchio o al maglio.

Share this:

Leave a comment