L’apertura del Monastero di Santa Maria Maddalena al Cerchio. Effetti collaterali (positivi) del Fuorisalone

Si è appena concluso il Salone del Mobile, e subito corre l’obbligo di trarre le prime conclusioni.

La prima in assoluto è di tipo economico e di afflusso turistico. Credo infatti che in queste occasioni Milano benefici di un’economia sana, di denaro “pulito” che piove a pioggia su tutta la città, dal più piccolo commerciante al terziario fino al più giovane creativo, non drenato per una volta da banche e “squallida” finanza. Insomma è una festa della città, per la città. La seconda è ciò che discende da questa occasione, cioè l’apertura al pubblico di tanti spazi privati che fanno da cornice a esposizioni e allestimenti. E’ l’occasione infatti per ammirare cortili e interni di palazzi o di quella Milano nascosta che spesso noi cerchiamo di disvelare attraverso i nostri resoconti. Tra tante belle scoperte, per la prima volta ho avuto l’occasione di introdurmi in un meraviglioso cortile, nascostissimo quanto antico.

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Vista dall’ingresso (foto di Robert Ribaudo)

In realtà si tratta di un chiostro ed è tutto quello che rimane del Monastero di Santa Maria Maddalena al Cerchio presso Via Cappuccio 7. Era talmente rinomato nell’antichità da dare il nome all’intera contrada, e ricordando con quel “Cerchio” la sovrapposizione alla più vetusta opera romana del circo (il cui toponimo si ritrova nell’adiacente via).

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Uno scorcio sul chiostro dall’interno del corpo su strada (foto di Robert Ribaudo)

Apparteneva ad alcune monache umiliate, seguaci, secondo la tradizione, della moglie di uno dei fondatori dell’Ordine. Era già presente, secondo le cronache, durante il sacco ad opera del Barbarossa, che benevolmente ne risparmia la distruzione.
 Secondo lo storico Latuada pare che fosse stato edificato sui terreni di certa famiglia Mosca, dove molte donne avevano preso il monacato nello stesso cenobio. Le religiose mantennero l’abito e la regola umiliata anche dopo la scomparsa dell’ordine (nel 1571), e le file delle monache furono nel tempo rimpolpate grazie all’accorpamento di altri conventi femminili soppressi dalla Controriforma.
 Nel 1616 la chiesa (oggi scomparsa) accoglie, secondo testimonianze storiche, un Noli me tangere di Fede Galizia (oggi a Brera).

Noli me tangere di Fede Galizia, già nella chiesa delle umiliate di S. Maddalena

Noli me tangere di Fede Galizia, già nella chiesa delle umiliate di S. Maddalena

L’intero complesso viene chiuso e soppresso definitivamente dalle truppe napoleoniche nel 1810. Ancora agli inizi del XX sec., era circondato da vaste aree a verde nel quadrante Via Cappuccio/Lanzone, successivamente divenuti i giardini delle proprietà Verga-Cornaggia, ex-Panigarola, Visconti Abbiate, Marietti, Luini, Uccelli di Nemi, Radice Fossati, ex Cornaggia ed altri.

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Vista sul pozzo, baricentro del complesso (foto di Robert Ribaudo)

Rimane oggi solo il chiostro quattrocentesco, che è stato più volte in pericolo di scomparire, chiuso fra i palazzi che vi si edificavano via via intorno. Fu l’ing. Guido Ucelli di Nemi, nel 1915 che si incarica del recupero: con estremo rispetto ne faceva il centro della propria abitazione di Via Cappuccio. Il chiostro si presenta con un doppio ordine di portici: al piano terreno colonne di pietra portano archi a tutto sesto. Al primo piano le aperture si propongono attraverso le colonnine del loggiato reggenti un architrave ligneo e la falda di tetto. I sottotetti, seppur in stile, sono chiaramente frutto della ristrutturazione novecentesca voluta dall’ing. Ucelli di Nemi.

 

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Particolare degli ordini dell’architettura oggi (foto di Robert Ribaudo)

Ma chi è l’ing. Ucelli?

Fu un grande industriale della prima metà del XX sec., uomo di profonda e vasta cultura anche umanistica, a capo della Riva Calzoni, specializzata nella produzione di pompe e turbine idrauliche, propugnatore del progresso tecnico e meccanico della nostra città e capace, di tenere a galla la sua azienda anche durante l’occupazione tedesca, senza macchiarsi di collaborazionismo. Tra le imprese più rilevanti mi piace qui ricordare la sua opera per la fondazione del Museo della Scienza e della Tecnica tra i chiostri di S. Vittore e soprattutto la sua eroica opera di bonifica del lago di Nemi, grazie alle pompe idrovore fabbricate nelle sue industrie, tra il 1928-’29 per il disvelamento delle famose e mitiche navi di Caligola, che fino al ventennio fascista si pensavano fossero frutto di un mito della classicità.

Le elettropompe della Riva Calzoni offerte dall'ing. Ucelli per portare fuori l'acqua dal lago di Nemi per portarla fino al mare laziale

Le elettropompe della Riva Calzoni offerte dall’ing. Ucelli per portare fuori l’acqua dal lago di Nemi per portarla fino al mare laziale

Per questa impresa, il re Vittorio Emanuele III, nel 1942, lo nomina nobile del regno con tanto di predicato “di Nemi” da aggiungere al suo cognome originario.

Ma cos’erano queste navi di Caligola?

Erano due navi imperiali romane attribuibili all’imperatore Caligola, affondate nel lago di Nemi, che l’imperatore usava per i suoi “festini”, ma più probabilmente, l’ipotesi oggi più accreditata, pare che si trattasse invece di navi cerimoniali, destinate alla celebrazione di feste religiose, in linea con il carattere sacro del luogo, dedicato a Diana Aricina. Il recupero fornì uno dei contributi più importanti alla conoscenza della tecnica navale romana. Dopo il recupero sulle sponde del lago, Mussolini volle far costruire un Museo delle Navi romane per poterle conservare. Ma un disastroso incendio, forse voluto per rappresaglia dai nazisti in ritirata, ci fece perdere anche il suo prezioso contenuto. Si salvò solo qualche reperto artistico portato a Roma.

Una delle decorazioni scampate alla distruzione delle navi

Una delle decorazioni scampate alla distruzione delle navi

Grazie al cielo, sappiamo oggi che le navi di Nemi in realtà sono tre, non due: la terza nave è già stata ritrovata e si attende che il Ministero delle Attività Culturali e del Turismo effettui la costosissima campagna di scavo.

Le navi, che naturalmente essendo ancorate, non dovevano essere atte a lunghi viaggi, erano costruite in legno di pino, di abete e di quercia e altri materiali pregiati. La parte esterna della carena era rivestita da  materiali impermeabili, a sua volta ricoperto da fogli in piombo tenuti in sede da una fitta chiodatura.

Seconda nave di Nemi appena emersa dal fondo del lago

Seconda nave di Nemi appena emersa dal fondo del lago

Il primo scafo misurava ben 71 metri in lunghezza e 20 in larghezza; il secondo 75 metri in lunghezza e 29 in larghezza. Degne di nota anche le due grandi ancore ritrovate: la prima in legno con ceppo in piombo della lunghezza di 5 m rappresenta l’unico esemplare di questo tipo completo, conosciuto all’epoca. La seconda, del tipo detto “ammiragliato”, fino a quel momento si credeva ideata dagli inglesi a metà del XIX sec. L’ancora d’altronde è nello stemma nobiliare scelto dallo stesso ing. Ucelli di Nemi.

Una copia di una delle ancore romane, conservata nel chiostro oggi casa Ucelli

Una copia di una delle ancore romane, conservata nel chiostro oggi casa Ucelli (foto di Robert Ribaudo)

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