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Un’altra Basilica di S. Ambrogio…nella Milano che non si sa

Abbiamo già visto come durante il Medioevo l’area del Parco Sempione fuori dal Castello rappresentava la tenuta di caccia dei Visconti e come la Via Canonica, l’unica arteria che dalle mura spagnole si spingeva a nord verso Varese, rappresentasse un’area bonificata dagli Umiliati sin dal XIII sec., dedicata agli orti in mezzo ad un’area boschiva.

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La posizione del borgo degli Ortolani già degli Umiliati, in una carta del periodo della dominazione spagnola. Si può vedere come ancora in quel periodo la zona fosse isolata ed esclusa dall’abitato

Questa zona forestata era un’area inestricabile fuori dalle mura cittadine fin dall’impero romano, mai bonificata e irrorata da mille rivi e dal torrente Nirone che usciva dal fossato. Alla fine dell’unica grande arteria stradale (l’odierna via Canonica) che attraversava il borgo degli Umiliati, non c’era che una grande peschiera (di cui non rimane oggi che un toponimo) e distese di castagneti e alberi d’alto fusto che per secoli hanno rappresentato per gli abitanti della zona una grande risorsa alimentare e di materiale da costruzione. Non a caso alla fine dell’abitato, sin dall’antichità, i toponimi parlano di “nemus”, termine con cui in latino si identifica un bosco. Quale posto migliore per costruirci dentro un romitorio, lontano dal centro cittadino e dalle tentazioni della carne.

Nella pianta si nota la posizione isolata del complesso di S. Ambrogio ad Nemus, rispotto al Borgo degli Ortolani

Nella pianta si nota la posizione isolata del complesso di S. Ambrogio (già S: Martino) ad Nemus, rispotto al Borgo degli Ortolani

E’ così che già in epoca protocristiana, intorno alla metà del IV sec., raccontano le cronache, essersi formata un congregazione di monaci dediti alla preghiera. Si tratta quindi del monastero maschile più antico di Milano, preesistente alle fondazioni ambrosiane, forse fondato da S. Martino di Tours nel 356 come aula di culto cristiana. Ed è per questo che viene indicato come S. Martino ad nemus dai primi documenti, così come riporta ad es., certo Venanzio Fortunato.

S. Martino visto dal pittore Simone Martini

S. Martino visto dal pittore Simone Martini

Lo descrive come una piccola cella posta al “vertice di Milano”, unico cenobio presente in città a quel tempo. Qualche decennio appresso, volendo riprendere il programma del vescovo Eustorgio, il nuovo vescovo Ambrogio, progettando di fondare santuari nei pressi delle otto porte cittadine, ottenendo così un ottagono sacro che faceva di Milano una città celeste, fa valorizzare presso la Porta Giovia (oggi incorporata nel Castello Sforzesco), proprio il vecchio cenobio, promuovendola a Basilica di San Martino ad Nemus (presumendone la fondazione da parte dello stesso S. Martino di Tour nel 356) presso il bosco.

La distribuzione delle basiliche ambrosiane, fuori dalle porte urbiche della città romana. A nord ovest S. Ambrogio ad Nemus

La distribuzione delle basiliche ambrosiane, fuori dalle porte urbiche della città romana. A Nord-Ovest, dove c’è la freccia, doveva porsi S. Ambrogio ad Nemus

La politica di Ambrogio fu così incisiva, sulla chiesa e sulle nuove strutture che vi sorsero intorno, che il biografo di Arialdo nel XI sec., la nomina come costruita e ridedicata al beato Ambrogio. Il convento, inizialmente fu così affidato ad eremiti della Congregazione dei Santi Barnaba e Ambrogio.

Ma solo nel 1377 il papa Gregorio XI riconosce l’Ordine dei frati, che seguiva la regola di S. Agostino, dando nuovo impulso alla piccola e dimessa comunità. Con l’aiuto del giureconsulto Gabriele Bossi, nei mesi di settembre e ottobre del 1389 viene ricostruita l’antica chiesa di S. Ambrogio ad Nemus. Di questi lavori restano nella rimaneggiata chiesa odierna, tracce nel presbiterio, nel campanile e nel chiostro.

Dopo una fase di silenzio, ritorna in auge nel Rinascimento per il dono di Lodovico il Moro della “Pala sforzesca” (oggi a Brera).

La Pala Sforzesca, oggi a Brera.

La Pala Sforzesca, oggi a Brera.

Nel 1608 qui Fra’ Francesco Maria Guaccio, scrive il Compendio delle stregonerie (Compendium maleficarum) corredato da numerose incisioni. E’ indice che lo spirito controriformistico, con la relativa caccia alle idee eterodosse o estranee al “nuovo” cattolicesimo ha oltrepassato le mura cittadine per impregnare di sé l’intera società. D’altronde gli stessi Umiliati già dalla metà del XVI sec. erano stati scacciati dal vicino borgo degli Ortolani e avevano dovuto abbandonare anche la loro antichissima chiesa dedicata alla Trinità, altro avamposto cristiano fuori dalle mura, nel quadrante nord di Milano.

Nel 1635 si restaura la chiesa, secondo i canoni imposti dai Borromeo, che incarnano lo spirito del Concilio di Trento in città.

La chiesa comincia a prendere la forma odierna, durante il periodo controriformstico. La parte absidale più bassa e il campanile sono i corpi originari.

La chiesa comincia a prendere la forma odierna, durante il periodo controriformstico. La parte absidale più bassa e il campanile sono i corpi originari.

Nel 1642 Papa Urbano VIII scioglie, per motivi ancora poco chiari, l’ordine dei frati di S. Ambrogio ad Nemus. Viene così destinato nel 1650 ai Francescani Riformati provenienti dal convento di Santa Maria del Giardino (presso l’odierna Via Manzoni), che l’abitarono sino al momento della soppressione, avvenuta con l’arrivo delle truppe napoleoniche nel 1798. Fino ad allora al convento il tempo scorreva lento come una volta: era perfino annesso un piccolo locale con orto per ospitare i terziari o i laici quando raccoglievano la legna. L’occupazione francese determinò così il secondo vero trauma per la chiesa, trasformandola in fabbrica di cartucce e deposito di munizioni.

Un ritratto della contessa Laura Ciceri Visconti

Un ritratto del 1825 della contessa Laura Ciceri Visconti di Modrone

Nei primi anni Venti del XVIII sec. la contessa Laura Ciceri Visconti di Modrone acquista il piccolo convento presso la Chiesa di S. Ambrogio ad Nemus per le Fatebenesorelle. Nel 1823 valendosi delle prestazioni degli stessi medici che operano al Fatebenefratelli nasce qui l’ospedale Fatebenesorelle. Giovanna Lomeni, suora uscita dal Convento per le famose leggi di soppressione degli ordini religiosi (1810), accoglie qui le malate della città, sostenuta economicamente e organizzativamente dalla contessa, ormai vedova del conte Filippo Ciceri, almeno fino al 1848.

Divenne quindi ospedale d’isolamento per colerosi e casa-ricovero per sacerdoti vecchi o ammalati. 
La chiesa fu riaperta al culto solo nel 1857.

Per tutto l’Ottocento fu conosciuto come il luogo dove albergavano anche i preti della città infermi o invalidi, tanto che Il frate, confidente del Rovani per la stesura del suo romanzo Cent’Anni (spaccato di vita milanese tra il XVIII e il XIX sec.), proviene proprio da qui.

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Dal 1894 sarà sede del Piccolo Cottolengo poiché la chiesa e il convento vengono acquistati da Don Guanella. La chiesa è ristrutturata e ampliata secondo il progetto di Ulisse Stacchini (l’architetto ideaore della Stazione Centrale). Nel convento nasce l’opera femminile “Pia Casa dei Poveri”. L’istituzione che era già stato adibita a ricovero dei sacerdoti anziani della Diocesi di Milano, adesso si apre alla città e ai più giovani, per fondare negli stessi anni anche alcuni asili infantili (ad es. in Via Panfilo Castaldi ed in Via Borghetto, fuori Porta Orientale, e in Corso di Porta Vittoria).

E’ certo che per l’intero conplesso, il fatto di essere più volte rimaneggiato e adibito a diversi usi per tutto il XIX sec., non potè che accellerare lo stato di degrado.

La facciata della chiesa come si presentava nel primo quarto del XX sec.

La facciata della chiesa come si presentava nel primo quarto del XX sec.

Anche lo stesso edificio ecclesiastico che aveva già perso le sue originarie fattezze, si presenta ad aula unica, con cappelle sul lato sinistro e profondo coro, e con affreschi barocchi. la facciata, tutta rinnovata, è determinata da un semplice rettangolo, con tetto a capanna, gronda di legno sporgente e una sola porta rettangolare inscritta in un’arcata. nella lunetta sopra la porta è rappresentata la “Morte di S. Ambrogio”, ai lati sono le immagini di S. Satiro e S. Marcellina del pittore Cocchi. Si può rilevare qualche traccia dell’impianto originario, come già accennato nelle finestre acute nella zona absidale.

Ecco come si presenta oggi la chiesa e l'annesso complesso da strada (via Peschiera)

Ecco come si presenta oggi la chiesa e l’annesso complesso da strada (via Peschiera)

Ciò non toglie che per la sua natura (qui furono gettati i primi fondamenti di vita monastica in Occidente), per la sua lunga storia, per il bel chiostro del XIV sec., e soprattutto come luogo di silenzio nel cuore della movida dell’Arco della Pace, merita sicuramente una visita.

Per chi fosse interessato l’ingresso è da Via Peschiera, traversa di Via Melzi d’Eril.

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