Piazza Belgioioso: un luogo meraviglioso, ricco di storie milanesi.

Il nome della piazza e dell’antistante monumentale palazzo neoclassico è legato indissolubilmente al nome dall’antichissima e nobile famiglia dei Barbiano di Belgioioso, di origine romagnola, ma milanese dal 1456, quando prima al servizio del duca di Milano Bernabò Visconti nel XIV sec. e poi con Filippo Maria Visconti ottenendo il feudo di Belgioioso si trasferirono definitivamente a Milano. Ma qui nel XV sec. non esiste nessun avamposto dei Belgioioso, nessuna ampia piazza, di chiaro stampo settecentesco e nulla di davvero nobile.

Allora proviamo a fare un salto nel passato per capire cosa ci fosse in questo luogo. Non c’era nulla di diverso che dal resto del centro di Milano: un fitto dedalo di case addossate l’una all’altra e con vie strette e tortuose tipiche del tessuto gotico tanto simili alla vicina Via Morone o Bigli.

Il vecchio quartiere Nosiggia: alle spalle di Via Manzoni e con fulcro sull'area del Palazzo e la piazza Belgioioso

Il vecchio quartiere Nosiggia: alle spalle di Via Manzoni e con fulcro sull’area del Palazzo e la piazza Belgioioso

Tutta l’area che si estendeva alle spalle di Via Manzoni e arrivava fino alle Case Rotte, nei pressi di S. Fedele, era soprannominata Nosiggia o Nosigia ed era il quartier generale dell’omonima quanto oscura famiglia Medici (di Nosigia, per non confonderli con i più facoltosi Medici fiorentini) che qui aveva le proprie case insieme alle due chiese che qui facevano da faro tra le basse e maleodoranti abitazioni: la scomparsa S. Martino in Nosiggia in contrada Nuxie (una corruzione latina per indicare un antico albero di noce, dove oggi abbiamo il vuoto della piazza e da cui prende il nome l’intero quartiere) e la medieovale parrocchia di S. Stefanino in Nosiggia, (sull’angolo della vicina Via S. Paolo) abbattuta per aprire la Via del Littorio (poi ribattezzata Via Matteotti).

Il quartiere Nosiggia,ancora come si presentava nella mappa del Barateri del 1629, in piena età spagnola

Il quartiere Nosiggia,ancora come si presentava nella mappa del Barateri del 1629, in piena età spagnola. In basso a sinistra, racchiusi nel lotto quadrato, si vedono le due chiese di S. Martino e S. Stefanino in Nosiggia

Ma chi erano questi Medici di Nosiggia? Era una casata di modesti funzionari comunali, di origine milanese, tanto oscuri da prendere il nome dal luogo dove sorgeva l’albero di noce prima citato, e sin dal XI secolo citati in documenti che presentano una lunga serie di personaggi attivi nell’ambito delle istituzioni, notoriamente legati alla società dei mercanti nonché spesso insigniti di appellativi propri della nobiltà. Alla fine del XIII secolo, le fonti documentali la dipingono divisa in 5 rami: Medici di Porta Ticinese, Medici di Casorezzo, Medici d’Albairate, Medici di Novate e Medici di Nosigia. La vicenda di questi ultimi è quella che ci interessa tenere d’occhio poiché è quella che col passare del tempo desterà più di qualche sorpresa. Capostipite di questo ramo fu Paolo detto Parolo, decurione nel 1335 e 1340 da cui discesero giudici, notai, prefetti della Fabbrica del Duomo, consiglieri e consoli, saldamente presenti nel ceto dirigente cittadino, all’interno del quale ricoprivano spesso cariche prestigiose.

Usurai visti dalla Scuola di Marinus van Reymerswaele, metà del XVI sec.

Usurai visti dalla Scuola di Marinus van Reymerswaele, metà del XVI sec.

La svolta impressa al casato si ha con Bernardino, scaltro appaltatore della dogana, esattore delle imposte per conto di Lodovico il Moro e usuraio che con alterne fortune segna comunque la strada e i destini della sua famiglia. Infatti dal matrimonio con Cecilia Serbelloni (che nulla ha a che fare con la nobile famiglia omonima) discendente da una famiglia di giureconsulti e notai, nascono numerosissimi figli di cui solo 10, cinque maschi ed altrettante femmine, raggiungono l’età adulta. La loro grande casa si trovava proprio sul sedime poi occupato nel XVIII sec. dal Palazzo Belgioioso. Era una casa rinascimentale, dove viveva con agi quasi nobilmente, poiché legato anche agli Sforza e ai vicini Morone, nemici dei francesi che da lì a poco, tra la fine del XV sec e l’inizio del XVI sec. prendono possesso del ducato. Ma se in un primo momento riesce a farla franca, dopo la parentesi spagnola, nel 1516, con l’ennesimo ritorno dei francesi, Bernardino de’ Medici, molto compromesso con il nuovo duca, il figlio del Moro, Ercole Massimiliano Sforza e pesantemente indebitato (aveva anticipato al duca il denaro come appaltatore delle imposte) viene incarcerato; muore pochi giorni dopo la sua liberazione, senza essere riuscito ad estinguere i debiti della famiglia.

Il figlio di Bernardino, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino, in arme.

Il figlio di Bernardino, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino, in arme.

E’ in questo momento che l’odio contro gli invasori transalpini assume una connotazione politica nell’irrequieta e numerosa famiglia degli eredi, in cui tra gli altri spiccano, per diverso temperamento e destino, i figli Gian Giacomo Medici detto il Medeghino (ovvero piccolo Medici per essere di statura bassa), generale di ventura, condottiero in funzione anti-francese e mercenario indomito per gli spagnoli); Giovan Angelo, divenuto poi papa col titolo, dal 1560, col titolo di Pio IV, Agosto che diede vita al ramo dei Medici di Marignano (Melegnano), detto Agostino che sposò Barbara Del Maino, figlia di Gaspare (ricco capitano di ventura); Margherita che andò in sposa al conte Giberto Borromeo di Arona; i fratelli minori Gian Battista e Gabriele che seguirono da vicino le orme del fratello primogenito; Clara che fu data in sposa a Wolf Dietrich von Ems zu Hohenems (italianizzato in Altemps), conte del Sacro Romano Impero e condottiero di lanzichenecchi, diede origine all’omonima casata romana.

Giovan Angelo Medici, divenuto papa Pio Iv, venne immortalato da Tiziano

Giovan Angelo Medici, divenuto papa Pio Iv, venne immortalato da Tiziano

La famiglia insomma grazie alle ricchezze, frutto delle razzie e delle prebende del Medeghino, che aveva intanto preso le redini della famiglia e soprattutto per l’oculata politica di matrimoni, assurge a divenire nella Milano spagnola, tra le più influenti della città. Orientando le politiche non solo italiane, ma europee, divennero talmente famosi, che gli stessi Medici fiorentini cominciarono a chiamarli parenti, concedendogli la possibilità di usare il loro stemma al posto di quello più antico con l’albero di noce.

Ritratto del Medeghino con il nuovo stemma "prestato" dai Medici di Firenze

Ritratto del Medeghino con il nuovo stemma “prestato” dai Medici di Firenze

Il figlio di Margherita, grazie ai buoni favori dello zio papa, diventa niente meno che l’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo.

Il palazzo dei Nosiggia, già compromesso dalla situazione debitoria del padre, è comunque ormai inadatto a tanto prestigio, viene abbandonato. Gian Giacomo abbandona la zona di origine, per andare a costruire nella contrada di Brera un edificio più degno del suo nuovo stato: un enorme palazzo ormai scomparso dietro l’abside di S. Maria del Carmine.

Ma con gli spagnoli comunque l‘umile quartiere gia’ dei Nosiggia si trasforma: Leone Leoni costruisce la sua originale dimora (lo stesso a cui viene commissionato il monumento funebre del Medeghino in Duomo), le vie si rettificano e si regolarizza il tessuto, abbattendo le case.

Una stampa della fine del XVIII sec. con la nuova piazza e col palazzo Belgioioso

Una stampa della fine del XVIII sec. con la nuova piazza e col palazzo Belgioioso

Soprattutto al posto della casa natale dei Medici, dopo secoli di abbandono, viene costruito dal Piermarini, tra il 1772 e il 1780, per i principi Alberico XII° ed Antonio Barbiano di Belgioioso il palazzo che oggi domina il rettangolo della piazza, dove in fronte si edifica, nel periodo della dominazione austriaca, un altro palazzo nobiliare: Palazzo Pozzi Besana. Nel periodo post-unitario Alessandro Manzoni fa edificare sul lato corto la sua casa-studio.

Ma la tormentata storia di questo luogo arriva fino ai giorni nostri: è teatro negli anni di Tangentopoli della tragica fine del capitano d’azienda Raul Gardini.

(La foto di copertina è stata gentilmente concessa dall’arch. Marco Introini)

 

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