Via Terraggio, una piccola via che nasconde grandi tesori

I più di voi conoscono la Via Terraggio per il glorioso cinema Orchidea, oggi poco più di un residuato bellico dopo che la morte mietitrice (in combutta con le illuminate ultime giunte) si è presa tutte le sale di proiezione del centro della nostra città.

Ma la strada, che oggi è una piccola e anonima traversa di Corso Magenta ha rappresentato per la storia della nostra città un autentico luogo di elezione. Iniziamo dal suo toponimo, il “terraggio”: prende il nome dalla strada interna al Naviglio, utilizzata dai carri e dai buoi per trainare i barconi che risalivano la corrente (non dimentichiamo che dove oggi corre la parallela Via Carducci fino agli anni Trenta del secolo scorso si estendeva un tratto della fossa interna, noto come Naviglio di S. Gerolamo). Naturalmente, avendo uno sviluppo parallelo al Naviglio interno formavano un circuito.

La via Terraggio, che da corso Magenta, dopo un’ansa, corre parallela a Via Carducci fino alla Piazza S. Ambrogio.

Nel 1470 Galeazzo Maria Sforza da’ licenza di costruire qui una sciostra (magazzino di legna e carbone e pietra proveniente dalla zona dei laghi). Si tratta della conferma di un tipo di costruzione, costituito da portici, botteghe e cortili che si evolverà ben presto in quella struttura a U che caratterizzerà di sé molti degli edifici che storicamente si affacciavano sul Naviglio.

bozzetto leonardesco per la città ideale, con la classica abitazione affacciata sul Naviglio

Dopo che Lodovico il Moro, alla fine dello stesso secolo, elegge il quartiere, detto borgo delle Grazie, (per la presenza della famosa chiesa dedicata alla Madonna) come suo avamposto a vantaggio dei più fidi cortigiani degli Sforza, anche questa via si popola delle case dei notabili di corte.

Ecco allora che qui in angolo col Naviglio, dove un ponte permetteva di immettersi sulla Via Vercellina, si installa la casata di Galeazzo Sanseverino, conte di Caiazzo, capitano delle armate sforzesche e genero dello stesso duca di Milano.

Il famoso ritratto di musico di Leonardo pare sia ispirato al ritratto di Galeazzo Sanseverino

L’abitazione viene attribuita, secondo riscontri grafici sugli appunti leonardeschi, al maestro di Vinci. Lo stesso Galeazzo vi abitò nell’ultimo decennio della dinastia sforzesca, aprendola ad artisti e scienziati. Nel 1491, qui Leonardo organizza un torneo di cui ci restano suoi schizzi sul Codice Arundel. Lo stesso non fece che ammirare e studiare i suoi magnifici cavalli e le stalle annesse al palazzo, che pare gli fossero servite da modello per le scuderie del Castello di Vigevano. Pare fossero state successivamente affrescate, secondo il Vasari, dal Bramantino.

Le scuderie del castello di Vigevano, che pare fossero state ispirate da quelle viste a palazzo Sanseverino

La stessa casa ospiterà alla fine del secolo, peraltro altri scienziati del tempo come quel Luca Pacioli, che proprio a lui dedica il suo trattato De divina proporzione, conservato all’Ambrosiana. Nel 1498 la stessa casa diviene un importante e famoso salotto dove Luca Pacioli impartisce le sue lezioni vitruviane anche allo stesso conte.

Nel 1499, con l’ingresso dei francesi a Milano, le famose stalle vennero devastate dalla furia della fazione opposta agli Sforza e ai suoi cortigiani. Nonostante i saccheggi e l’incuria del tempo, era possibile vederne i resti ancora all’inizio del XIX sec.

Una serie di colonne quattrocentesche murate all’interno della facciata interna Via Terraggio 1 (foto di Robert Ribaudo). La facciata su strada è quella riprodotta nella foto che apre il post)

Un’altra importante casa è quella del civico 1 che, all’inizio della via staccandosi da Corso Magenta, crea un’ansa per correre parallela al Naviglio. Si è parlato in passato come una delle sedi che Francesco Sforza nel 1452 mise a disposizione dei suoi alleati e finanziatori Medici di Firenze, che vi installarono i loro uffici provvisoriamente, in attesa della costruzione in città della sede del loro Banco.

Risulta infatti in quel periodo un trasferimento della filiale medicea da Venezia, da dove i mercanti fiorentini erano stati espulsi. Ne è governatore Pigello Portinari (lo stesso che finanzierà più tardi la cappella omonima presso S.Eustorgio) che fino ad allora aveva infatti diretto la sede veneziana. Rappresenta la prima banca straniera a Milano. Fu fatto, per la sua costruzione, il nome del Sangallo. Era famosa per il salone che era il più vasto della città, 37 m. di lunghezza.

Un’immagine dello sconosciuto cortile interno con la parte più antica al piano terra e i sopralzi successivi che ne fanno il corpo di fabbrica odierno (foto di Robert Ribaudo)

Dopo l’abbandono da parte dei fiorentini, risultano parecchi rimaneggiamenti. Ed è qui che ci vengono in aiuto gli ultimi studi che vogliono la proprietà ceduta al conte Filippo Eustachi, “Castellano” di Milano ai tempi di Giangaleazzo, nipote di Francesco Sforza. Gli Eustachi, discendenti da una semplice famiglia di armatori del pavese, pare ingaggino Bramante, come testimonia uno scritto di Leonardo Da Vinci che era suo collega ed amico alla corte di Ludovico il Moro, per farsi costruire una dimora sontuosa.

La facciata su strada negli anni ’60, parecchio rimaneggiata.

Nel palazzo, che ha ospitato per decenni nei locali al pian terreno la sala di proiezione del cinema Orchidea, si possono ancora oggi ammirare le volte di uno degli ambienti di servizio. In corrispondenza nel cortile interno, oggi privato, si possono visionare ciò che rimane dei fasti di quell’edificio che aveva la facciata decorata di statue, fregi e scaglie di metallo dorato, cioè le bellissime nicchie a cupola.

Le nicchie a cupola nel cortile interno ricordano molto da vicino le bramantesche quelle sulla cortina muraria interna di S. Maria presso S. Satiro (foto di Robert Ribaudo).

Questo gioiello, chiuso al pubblico, e invisibile ai milanesi e ai turisti, se non per i più curiosi che sanno dove cercare, oggi non versa in un buono stato di conservazione e ultimamente le cronache lo hanno additato come esempio poco virtuoso di come non si devono conservare le memorie più illustri della milanesità.

 

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