San Simpliciano, ritrovo dei crociati e di alcune realtà filantropiche milanesi

Oggi vi parliamo di una chiesa antichissima, da subito costruita con grande impegno e profusione di mezzi, ed evolutasi, non come il frutto della classica piccola chiesetta cimiteriale poi divenuta basilica.

Fu ideata, infatti, sin dall’inizio, con la volontà di porre un segno importante su un’area poco urbanizzata, ma di grande importanza per l’espansione successiva del nucleo di antica formazione verso Nord, sulla via Comasina. Risultava ancora fuori le mura fino all’Alto Medieovo, tanto che la zona doveva essere ancora aperta campagna, se nel testamento del vescovo Andrea da Carcano, nel 903, si citano due masserie presso il monastero attiguo.

La chiesa

Fu costruita su modello della Basilica di Treviri, su committenza imperiale, ma gli interventi che si susseguirono nei secoli, come avvenne per altre costruzioni sacre di Milano, ne stravolsero l’aspetto originario. Aveva una pianta che doveva essere non a croce latina ma commissa, cioè a T, un abside ad arco oltrepassato per migliorare l’acustica del suono proveniente dall’altare, che era all’incrocio degli assi dei bracci con quello dell’aula. Le dimensioni della chiesa dovevano essere impostate, sia in pianta che in altezza, su rapporti ad quadratum, con strutture tipiche delle chiese milanesi.

Fu indicata da Ambrogio come una delle basiliche da convertire al culto cristiano e quindi dedicata alla Vergine e a tutte le sante vergini (Basilica Virginum). Impegnò per la costruzione parecchie risorse, sia economiche che di tempo, tanto da dover essere terminata nel XIII sec., pur avendo impegnato parecchi mezzi già il successore di Ambrogio, il vescovo Simpliciano, che fu sepolto nel restrostante martyrum, il cimitero protocristiano intorno alla chiesa, ottenendone successivamente la nuova dedicazione. Quest’ultimo peraltro vi fece traslare le reliquie di tre sacerdoti cristiani Sisinio, Martirio e Alessandro, trucidati, durante una missione di evangelizzazione, dalle popolazioni della Val di Non, dedite a culti pagani. Il sacello a croce, a nord dell’abside, fu costruito poco dopo la basilica, per ospitare le ossa dei tre martiri dell’Anaunia.

Ricostruzione in pianta della chiesa di S. Simpliciano (milanoarcheologia.beniculturali.it). Accanto all’abside a nord,è visibile il sacello a croce costruito per le reliquie dei tre martiri cristiani della Val di Non.

Restaurata dal re longobardo Agilulfo nel VI sec., divenendo basilica regia, poiché la chiesa si trovava all’interno della proprietà fondiaria passata in eredità alla stirpe reale longobarda da quella degli Amali (quindi in terra mala).

Le superfetazioni romaniche furono tali che per secoli gli studiosi la credettero chiesa “a sala” del XII sec., con volte rette da colonne tutte alla stessa altezza nelle tre navate. Anche l’abside che oggi vediamo, più pronunciata, è opera di questo periodo.

Solo nel dopoguerra, Edoardo Arslan, scoprì la vera origine della chiesa, evidenziando che la basilica aveva mura di età paleocristiane e che i grandi pilastri erano opera di età longobarda, approntati dopo un disastroso incendio che aveva compromesso la tenuta delle travi della copertura, restituendo così un chiesa a tre navate, con 9 pilastri per lato, contro gli odierni 5.

Il fianco laterale della chiesa mostra le paraste in laterizio che si chiudono ad arco sotto la linea di gronda (foto di Robert Ribaudo)

L’esterno è caratterizzato dalle alte paraste che si chiudono ad arco sotto la linea di gronda, come era già avvenuto nel paramento in laterizio dello stesso palazzo imperiale di Treviri o dei più vicini granai di Massimiano rinvenuti sotto l’odierna Via Broletto, bucato qui dalle alte finestre, ora occluse, ma ancora ravvisabili dall’esterno.

Al di là di queste note architettoniche, qui a noi non interessa soffermarci sui risvolti strutturali e costruttivi della chiesa, che peraltro va annotata come una delle più affascinanti ed eleganti della città, ma per quello che rappresentò per il popolo milanese.

Ritrovo per i crociati

Già qualche secolo dopo, i lombardi chiamati alle crociate erano soliti adunarsi nella piazza antistante e lungo i fianchi. A sostegno, se ce ne fosse bisogno, che la chiesa fu l’edificio sacro di riferimento dei crociati milanesi, nel 1100, in occasione del primo anniversario della liberazione di Gerusalemme l’arcivescovo Anselmo IV da Bovisio istituisce, presso la basilica, una festa annuale e un mercato esente da imposte; stabilisce inoltre una grande indulgenza per coloro che nel giorno della festa visitino la chiesa.

E a proposito di indulgenze, nel 1218, viene istituita una speciale indulgenza di Onorio III a chi staziona davanti al legno della Santa Croce, che aveva fatto installare qualche secolo prima proprio Ambrogio vescovo, sopra il portale principale.

Solo nel 1940, nel quadro del riordino dell’intero quartiere così come dettava il nuovo Piano Regolatore, il complesso viene isolato dalle case che vi si erano addossate nel corso del tempo e si procedeva ad un organico restauro: si riaprono le arcate tamponate e si riportano alla luce gli antichi graffiti e le vetuste pitture. E’ in questo contesto che in una parte del complesso prendeva di nuovo sede l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro nell’altra parte veniva ospitato l’oratorio.

Il transetto sulla piazza laterale oggi dedicata a Paolo VI, liberata negli anni’40 dalle catapecchie che si erano addossate nel corso dei secoli alla chiesa (foto di Robert Ribaudo)

Nel 1960, ulteriori studi misero in rilievo che il giro di cappelle laterali, alcune delle quali edificate tra il 1401-50 sul fianco, non erano nient’altro che il tamponamento di un portico perimetrale medioevale che circondava l’edificio, e che serviva per i penitenti o per i pellegrini in sosta prima di entrare nel sacro luogo o di partire per la Terra Santa.

Da luogo di ospitalità per i pellegrini a sede di enti per i bisognosi

Ma i cavalieri o i pellegrini diretti al Santo Sepolcro non erano gli unici che frequentavano questo luogo, poiché adiacente alla chiesa già dal medioevo erano state istituite strutture per l’ospitalità e ospedaliere dette appunto di S. Simpliciano. Si aggirava una torma di postulanti e di cittadini indigenti che avevano indotto i prevosti e i parroci ad adoperarsi per alcune imprese benefiche, che rimarranno nella lunga storia filantropica di Milano. Già nel 1091, certo Lanfranco della Pila fonda qui strutture per i poveri pellegrini. Queste vengono poi citate alla metà del XII sec., insieme al monastero e al labor (la fabbriceria che sovrintendeva ai lavori del complesso) in un atto di donazione testamentaria di certo Alberico de’ Ferrari, figlio di Bonfilio. Nel 1448, nell’intento di dare ordine al sistema degli ospedali milanesi, a questo ospedale vengono uniti quello di S. Bernardo e della Maddalena alla Vepra. Ma nel 1476, viene a sua volta aggregato all’Ospedale Maggiore.

Nel 1483, spinti dal francescano Domenico Ponzone e da padre Francesco di S. Colombano, alcuni cittadini fondano una Cassa di prestito, che trova la sua prima sede presso la casa del parroco di S. Simpliciano. Da questa prima iniziativa nascerà in seguito il Monte di Pietà.

Il secondo chiostro Cinquecentesco del monastero attribuito al Seregni (foto di Robert Ribaudo)

Nel 1844, dopo essere stati allontanati i monaci e requisiti i chiostri già in periodo napoleonico per farne una caserma, presso le sue strutture viene fondato l’asilo di S. Simpliciano, uno dei primi “conservatori” con un primo avviamento al lavoro, per l’infanzia dai 6 ai 9 anni, grazie all’opera di Giuseppe Sacchi e don Giulio Ratti (già confessore e amico di Manzoni).

Nel 1857 Elisa Melzi d’Eril Sardi ed Elisa Lurani Cernuschi Del Carretto chiamano a Milano il primo gruppo di Figlie della Carità di S. Vincenzo e fondano la Compagnia delle Dame di Carità di S. Vincenzo. Organizzano presso la parrocchia, la prima “Casa di Misericordia” dove, nel 1866 si struttura, a fianco dell’assistenza domiciliare, anche la distribuzione quotidiana di minestre. Con il XX sec. le “dame” si chiamarono “volontarie”, le “Misericordie” furono dette “Centri vincenziani”, e l’associazione stessa prese il nome di “Gruppi di Volontariato Vincenziano”.

Dopo l’Unità d’Italia e dopo il passaggio della caserma ai bersaglieri, ospiterà anche una scuola civica maschile e dal 1866 vi si svolgeva il corso comunale festivo delle scuole elementari femminili. Era pomeridiano dalle 13 alle 16.

Il chiostri ospitanti la Facoltà teologica. Sullo sfondo si intravede il campanile della chiesa di S. Simpliciano (foto di Robert Ribaudo)

Dall’anno scolastico 1967-68 la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale si stabilisce nella parte più antica del monastero di S. Simpliciano. Ma questo rappresenta in qualche modo la riconversione del complesso ad altri usi, ben distanti dalla storica propensione degli spazi ad opere caritatevoli. Più strumentalmente però restituisce il completamento del risanamento, del riscatto dall’incuria del cortile maggiore cinquecentesco, del chiostrino quattrocentesco e del monumentale scalone abbaziale settecentesco, così come li vediamo oggi.

Share this:

Leave a comment