XXII Triennale di Milano Broken Nature e la Nazione delle piante

Qual è la prima cosa che vi viene in mente quando si parla della Triennale di Milano? Design, arte applicata, multimedialità… C’è qualcuno che, come me, la associa a un leccio, Quercus ilex per gli amici? Probabilmente no. Eppure, come si vede nella foto di apertura, quando si arriva allo storico edificio dal ponte sopra la ferrovia l’imponente albero cattura l’attenzione, anche perché non è certo una specie tipica della Pianura Padana. Quante volte capita che una pianta passi inosservata o sia data per scontata? Quante volte poi ignoriamo l’impatto sull’ecosistema di un qualsiasi piccolo gesto quotidiano? Questi i presupposti per una visita alla XXII Triennale di Milano aperta fino al primo settembre.

Palazzo dell’Arte / Triennale. Da quando negli anni Novanta l’istituzione è diventata permanente, parlare dell’uno rende implicito intendere l’altra, e viceversa. Un’unica entità in cui “hardware” e “software” coincidono e si fondono in piena armonia. La sede solida dalle linee rigorose, che rende onore al termine “palazzo”, perfetta nelle simmetrie dei volumi volute dall’architetto Giovanni Muzio nel 1933 ed esaltata dalle decorazioni di artisti spettacolari, come Sironi, Severini, De Chirico (ci vorrebbe un articolo solo su di lei); e poi la mostra, l’esposizione internazionale che a cadenza triennale ha fatto conoscere le migliori idee dell’innovazione legata alla cultura industriale così cara a Milano.

Architettura, urbanistica, design, arti decorativi, moda, fotografia… qui hanno trovato un terreno fertile in cui crescere e diramarsi. Si ricordano Triennali storiche, come quella del 1940, in cui è praticamente nato l’industrial design; o quella del 1947, decentrata nella periferia per far nascere un quartiere di nuova concezione affiancato da una collinetta artificiale formata dalle macerie della guerra. Stiamo parlando del QT8-Quartiere Triennale 8; come è bella e rigogliosa oggi la Montagnètta (pronunciare la e molto aperta, come vuole l’accento meneghino).

I platani dirimpettai del leccio; i tronchi candidi degli uni e il verde scuro delle foglie coriacee dell’altro fanno da sipario al palcoscenico della Triennale.

Nonostante il grande passato, verso la fine del secolo scorso la mostra ha subito una battuta d’arresto e per circa vent’anni non è stata più allestita. Poi, nel 2016, sotto l’impulso di Expo, eccola riapparire come XXI Triennale di Milano, la prima del XXI secolo. La coincidenza del numero 21 la prendiamo come un buon auspicio.

E infatti ecco che, alla distanza canonica di tre anni, la XXII Triennale di Milano si apre il primo marzo; è una tappa altrettanto importante, perché manifesta il desiderio di dare nuovamente continuità a questo evento che impegna la città per diversi mesi (1 settembre la chiusura prevista) e la spinge a interrogarsi sulle tematiche scelte di volta in volta.

Eccoci quindi all’ingresso della mostra, che poi è la Triennale/Palazzo, che poi è un luogo che mi sorprende tutte le volte. Ho prenotato una visita guidata, che consiglio vivamente, perché non è facile interpretare le opere di design in mostra e comprenderne il messaggio.

 

La XXII Triennale di Milano

Broken Nature: Design Takes on Human Survival, questo il tema della mostra curata da Paola Antonelli, senior curator del dipartimento di Architettura e Design del MoMA. Punto di partenza è l’indagine sui legami che uniscono gli esseri umani all’ambiente naturale e la valutazione di come questi siano stati “snaturati” (che belle le parole che colgono esattamente il concetto) fino a creare vere e proprie fratture che rischiano di compromettere la sopravvivenza di molte specie e forse dell’intero pianeta.

Si riconosce l’impellenza di un “risveglio alla realtà”, di uno “sforzo comune per riparare non solo i legami, ma anche la nostra visione della posizione dell’essere umano nell’universo”, nelle parole della curatrice. In questo senso, il design viene riconosciuto come elemento essenziale in una strategia di riparazione che parte dagli oggetti quotidiani per ripensare il consumo e dalla pratica creativa per ricreare l’armonia spezzata tra le specie.

Le icone create da Anna Kulachek per l’identità visiva di Broken Nature.

In mostra vi sono oltre cento opere di questo “design ricostituente”, frutto del lavoro di designer, architetti, ingegneri, artisti, associazioni, collettivi e molte altre istituzioni. Ve ne propongo alcune, che mi hanno colpito.

Con Totems, Neri Oxman & The Mediated Matter Group hanno esplorato la melanina, il “pigmento della vita”. Molto più antica dell’uomo, questa sostanza che pervade i regni organici protegge dalle radiazioni, funge da legante tra i metalli, facilita la crescita cellulare, aiuta la regolazione termica, crea effetti sorprendenti nei piumaggi degli uccelli e nelle ali delle farfalle, ma anche nelle bucce di alcuni frutti maturi. L’indiscusso ruolo benefico dal punto di vista biologico si scontra con il suo impatto travolgente sulla storia sociale delle comunità. Il progetto cerca di comprendere come il design possa sintetizzare la melanina e trasformarla in oggetti pensati come Totem, altrettanti spiriti guida o Alberi della vita.

Il pezzo stampato in 3D al centro di ogni Totem contiene melanina liquida di derivazione biologica o sintetica, per rappresentare l’unità nella diversità.

Sulla Kamilo Beach nelle isole Hawaii ogni anno vengono depositate tonnellate di rifiuti, spinti da particolari correnti marine che si concentrano verso questo luogo. Erosione, incendi, eventi naturali vari fondono i diversi materiali creando nuove conformazioni ribattezzate Plastiglomerati. Si tratta di un’impronta indelebile nella stratigrafia terrestre che l’uomo lascia in questi futuri fossili dell’Antropocene. Li hanno raccolti e studiati l’artista Kelly Jazvac con Patricia Corcoran (geologa) e Charles Moore (oceanografo).

Il bisso marino è un filato preziosissimo ricavato dalle bave prodotte dal bivalve Pinna nobilis per ancorarsi al fondale. Chiara Vigo è l’ultima maestra tessitrice di questo filato, che recupera dai fondali della sua terra, la Sardegna. Una lavorazione lunga e complessa, che parte dalle ripetute immersioni necessarie a procurarsi la materia prima e comprende da una serie di passaggi tecnici. Il risultato è un filo resistente e luminoso, con il quale Chiara ha ricamato Il leone delle donne, dedicato a tutte le donne e all’importanza della trasmissione dei saperi.

Un plastiglomerato e il ricamo in bisso marino su lino antico Il leone delle donne, due forme molto diverse di interazione uomo/natura.

Il Jawland è un altopiano vulcanico molto fertile. A seguito della guerra del 1967, solo cinque degli originali villaggi sono sopravvissuti e ancora accolgono la popolazione indigena, di origine siriana, che si dichiara apolide perché rifiuta i passaporti della forza israeliana di occupazione. Nella loro tradizione, il canto degli uccelli è il segno tangibile del dominio dello spazio e del diritto alle sue produzioni. L’opera Birdsong rappresenta un monumento agricolo sotto forma di spaventapasseri, i cui abiti riportano simboli del canto degli uccelli per rappresentare il rapporto complesso tra natura e uomo. Davanti al totem un mix di terra dell’altopiano e dei terreni agricoli di Milano invita alla cooperazione tra popoli.

Lo spaventapasseri del Jawland.

Tra i progetti in atto nel mondo e raccontati nella mostra vi propongo la Global Seed Vault, una “cassaforte” strategica situata a 120 metri di profondità nel cuore di una montagna sulle isole Svalbard, in cui sono conservati i semi di tutte le piante attualmente presenti sul pianeta allo scopo di preservare la biodiversità. Sempre dalla Norvegia è partito il Seed Journey, progetto del collettivo Futurefarmers di San Francisco formato da attivisti culturali, tra cui artisti, fornai, agricoltori, antropologi e altri. Su una vecchia barca a vela hanno percorso un tragitto da Oslo a Istanbul sostando in porti e porticcioli per raccogliere storie e tradizioni e per distribuire antichi semi da rimettere in produzione localmente.

Moltissimi altri sono i progetti in mostra dedicati al tema principale, ma la XXII Triennale di Milano non si ferma qui.

La Nazione delle piante

Al percorso principale della XXII Triennale si affiancano sezioni specifiche che occupano un loro spazio definito. È il caso della Nazione delle piante, una mostra nella mostra, curata da Stefano Mancuso. Tra il serio e il provocatorio, lo scienziato ha redatto una Costituzione della Nazione delle piante in 8 articoli, che illustra come la società verde abbia principi di equità, distribuzione delle risorse, ecosostenibilità e libertà a cui l’umanità dovrebbe ispirarsi. Il libro che porta il titolo della mostra descrive questi principi e molti altri importanti concetti.

Ma le ragioni per cui dovremmo guardare al mondo vegetale con molto rispetto sono bene illustrate nello spazio espositivo.

Nella prima sala un grande disegno a parete riporta l’immagine di una foresta tropicale. Quando la guida chiede di descrivere quel che vediamo, inizio a cercare di distinguere le varie specie vegetali. Eucalipti, felci, orchidee e altre che non conosco (e già mi frulla nella mente l’idea che devo identificarle).

Con sorpresa, ascolto gli altri membri del gruppo dire che vedono una tigre sbucare tra gli arbusti. In effetti in basso a sinistra si scorge un muso di tigre, che sul momento non avevo notato. La guida invece conferma che il 90% delle persone a cui fa la stessa domanda vede la tigre e ignora le piante. Potrei fare a tutti una domanda similare: quanti hanno mai notato il leccio dell’immagine di apertura?

Le piante sono una vera e propria forza della natura. A loro si deve il fatto che l’aria sia respirabile, che il terreno sia consolidato e nutrito. A loro si deve buona parte dell’alimentazione umana e degli animali che fanno parte della catena alimentare. Ecco alcuni dati raccolti nella mostra.

Gli alberi sono presenti sulla Terra da ben prima che le specie animali apparissero e hanno una longevità sorprendente. Senza contare il record di Pando, vi sono olivi che possono vivere anche duemila anni, tassi che raggiungono i cinquecento anni di vita, gelsi e platani centenari, anche nella nostra città. Nel loro insieme, rappresentano più dell’ottanta percento della materia vivente, mentre l’umanità è il fanalino di coda.

Le piante hanno una forza sorprendente, come cerca di illustrare l’installazione nell’immagine. I cilindri dello stesso colore misurano un parametro come si presenta nelle piante e negli uomini e lo rappresentano in maniera proporzionale. Quanto è minuscolo il cilindro arancione umano rispetto a quello vegetale!

Le piante hanno una rete di comunicazione da far invidia a Internet e compagnia. Sono a tutti gli effetti una superpotenza.

Mentre ascolto la guida e leggo i cartelli, non posso fare a meno di guardare fuori dalle finestre del museo e notare che, statistiche e numeri a parte, le piante sono proprio belle.

Vista del parco e della Torre del Filarete dalle finestre del Palazzo dell’Arte.

Mi viene in mente che questo luogo fa parte di un complesso urbano in cui verde (natura) e architettura (uomo) collaborano per creare un insieme armonico. Un parco dagli alberi secolari, l’edificio razionalista su un lato, il castello rinascimentale sull’altro, l’icona liberty dell’acquario e un simbolo come l’Arco della Pace, senza dimenticare la Torre Branca di Gio Ponti o la piccola biblioteca del Sempione.

La parte “umana” probabilmente la conoscete tutti. Quella vegetale forse un po’ meno. L’invito è quello di fermarsi a osservare qualche particolare, di tirare un respiro tra un impegno e l’altro per guardarsi intorno e notare infine un albero. Scriverò ancora di piante a Milano e, se una volta vi accorgete che sotto casa o sotto l’ufficio c’è un esemplare di cui parlo, seguitelo nel corso delle stagioni, create un piccolo legame.

Il messaggio alla città della XXII Triennale di Milano può essere raccolto anche in questa semplice conquista di un legame che ci invita a non ignorare quanti vivono intorno a noi.

IMMAGINI DAL PARCO

Esemplari secolari al Parco Sempione: un platano reclinato sullo stagno e una paulownia, albero che in primavera si ricopre di grandi fiori viola.

Fiori di paulownia a sinistra e di acero riccio a destra, tanto vistosi gli uni, tanto discreti gli altri.

Un prunus in piena fioritura a sinistra e i teneri amenti del gingko a destra

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