Leonardo pittore della natura, tra gelsi e vigne

Il Castello Sforzesco si unisce alle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci con un programma dal titolo “Leonardo mai visto”, una rassegna di tre mostre che portano a scoprire il legame dell’artista con la natura e il valore da lui attribuito all’osservazione diretta di tutte le sue forme, per scopi pittorici e al tempo stesso scientifici. La riproduzione di un ambiente naturale è il soggetto principale della Sala delle Asse, nella quale consigliamo di immergersi prima che torni a chiudere i battenti.

La Sale delle Asse

È il 1498 quando una sala nel cuore del Castello Sforzesco viene liberata “dalle asse”, la copertura lignea, e affidata a Leonardo perché la trasformi in un salone di rappresentanza. L’artista sceglie un soggetto naturalistico e realizza un fantasmagorico padiglione arboreo, un illusionistico pergolato di alberi di gelso.

Diciotto alberi di Morus, un omaggio etimologico a Ludovico il Moro, il signore degli Sforza che ha creato nella corte e in città una fucina rinascimentale. Un omaggio anche all’operosità che già caratterizza Milano nel settore della manifattura.

La funzione di rappresentanza viene interpretata da Leonardo in modo spettacolare. La decorazione si svincola dal mero esercizio estetico e diventa un raffinato impianto comunicativo degno dei migliori copy e art director attuali. Tutto nella sala parla di un preciso programma iconologico finalizzato a trasmettere l’immagine di un principe potente (il Morus/Moro) e la sua ricchezza derivata da quella che potremmo definire l’industria del lusso del tempo, dalla produzione serica alle armature. I personaggi di rango che entravano in questa Sala si trovavano immersi in una scenografia che travalicava le pareti, ben mascherati dalle fronde arboree, e si apriva sul paesaggio lombardo per lasciare intendere l’orizzonte dell’opulenza sforzesca.

Il recente restauro, iniziato nel 2013 e ancora in corso, ha infatti portato alla luce una fascia bassa di decorazione a monocromo in cui spiccano le radici dei gelsi saldamente insinuate tra pietre che simboleggiano le fondamenta del castello e alcuni paesaggi tipicamente leonardeschi, quasi stilizzati, che spostano il punto di vista al di fuori delle mura. Non mancano ulteriori richiami allegorici, come la corda che senza mai spezzarsi passa tra i rami da un capo all’altro della stanza, simbolo della maestria del pittore capace di fare scorrere il pennello senza soluzione di continuità. La corda collega anche stemmi e targhe della famiglia ducale.

Molto suggestiva è la scenografica installazione multimediale pensata per presentare la sala. I visitatori si accomodano su una piccola tribuna allestita al suo interno e vengono accolti da una voce narrante che accompagna le immagini proiettate sulle pareti, volte a rendere l’effetto originario della decorazione; sul pavimento appaiono i testi tradotti in inglese. Anche qui, come nel caso della mostra Leonardo in 3D alla Fabbrica del Vapore, la tecnologia moderna si mette al servizio dell’arte per il massimo effetto.

Sala delle Asse, aperta fino al 12 gennaio 2020, martedì-domenica 9-17.30.

La pergola dei gelsi

A gennaio la Sala delle Asse verrà chiusa e non sappiamo quando potrà essere finalmente aperta in modo permanente, completamente restaurata. Ecco perché si è pensato di rendere omaggio a quest’opera e al suo creatore con un’installazione che la riproduca nella forma e si esprima con la stessa forza crescendo anno per anno. Nel cortile delle Armi è stata da non molto collocata una struttura in legno a forma di pergola che riproduce in scala l’esatta forma della Sala.

A ogni montante della bella volta è accostato un albero di gelso, attualmente ancora “in tenera età”. I rami sono indirizzati per ricoprire poco alla volta l’intera struttura e ricreare così, tra qualche tempo, l’effetto visivo della Sala. Si tratta di un progetto creato da Orticola di Lombardia con l’architetto paesaggista Filippo Pizzoni.

Appuntamento ogni anno, stesso giorno stessa ora!, per vedere a che punto sono i gelsi e fantasticare di essere un ambasciatore rinascimentale che viene ricevuto sotto una volta dipinta unica nel suo genere.

La vigna di Leonardo

Il 1498 è un anno importante per Leonardo. Oltre a portare a compimento il Cenacolo e la Sala delle Asse, l’artista riceve in dono proprio da Ludovico un appezzamento di circa 8300 metri quadri nel pieno centro della città, dove è impiantata una vigna. Si tratta di un riconoscimento atteso, così come attesa è la cittadinanza, ma solo due anni dopo la sconfitta del duca porterà l’artista lontano da Milano e il terreno a trasformarsi in giardino di una ricca residenza, la Casa degli Atellani.

Quella che si visita oggi non è più, ovviamente, la vigna quattrocentesca. Si tratta di alcuni alberi di Vitis vinifera ripiantati in occasione di Expo nella collocazione originaria. La visita è gradevole, non solo perché è l’occasione per ammirare alcuni ambienti di questa Casa patrizia, restaurata da Piero Portaluppi nel Novecento, ma soprattutto per stupirci come nel cuore di Milano, ben mascherato da un cordone di edifici che ne impedisce la vista, vi sia un immenso parco di alberi secolari.
Una curiosità, fino alla mia ultima visita, era possibile ascoltare la descrizione in audioguida in milanese.

Vigna di Leonardo, Casa degli Atellani, Corso Magenta 65.

Il gelso, l’albero sapiente

“La pittura si estende nelle superficie, colori e figure di qualunque cosa creata dalla natura, e la filosofia penetra dentro ai medesimi corpi, considerando in quelli le lor proprie virtú…” Leonardo da Vinci, Trattato della Pittura

L’arte certamente mi affascina, soprattutto quando riproduce la natura, e Leonardo è in questo senso un punto di riferimento. La sua percezione “aumentata” del mondo vegetale si spinge all’ennesima potenza nella Sala delle Asse, dove l’intensità della rappresentazione arborea ha prodotto in me un vero e proprio tuffo al cuore. Altrettanto mi affascinano il ruolo di Milano nella storia industriale, le sue radici manifatturiere e la cultura della “buona lena”, delle mani che operano.

Non posso quindi lasciarvi senza dire due parole sul gelso, questa preziosa specie botanica del genere Morus, che tanta parte ha avuto in questa storia e che ancora si incontra nella nostra città.

Gelsi al parco di Trenno

La sapienza è una virtù attribuita al gelso perché non germoglia fino a quando il rischio di gelate è scongiurato; attende paziente la primavera inoltrata per mettere le foglie e iniziare il ciclo produttivo. La dolcezza gli si addice per i frutti scuri o rossi, a seconda della specie. La bellezza risiede nel portamento esteso sull’asse orizzontale, con lunghi rami che formano una vera e propria volta.

Il gelso della Scuola Montessori di via Arosio, che ha accompagnato l’infanzia dei miei figli

Per riconoscere un gelso ci si può avventurare sotto le fronde e osservare il fusto. Poiché si tratta spesso di alberi innestati, i rami partono dal centro del tronco, che li accoglie come in una culla.

Il gelso di largo Ildefonso Schuster

Le foglie sono grandi, molto lucide, e in autunno acquistano un color vinaccia che ci ricorda l’imminente vendemmia e il buon vino corposo.

E, come sempre, per chi tiene lo sguardo a terra, da luglio in poi ai piedi del gelso cadono i murù (in dialetto milanese), i dolcissimi frutti che con le vere more poco hanno a che fare, ma che vale la pena assaggiare, anche se da un albero cittadino.

Si trovano gelsi in luoghi inattesi, come l’esemplare sopra illustrato in largo Ildefonso Schuster, proprio dietro al Duomo, punto di partenza perfetto per addentrarsi nei luoghi dell’antico quartiere del Bottonuto.

Vi sono gelsi nei grandi parchi cittadini della periferia, come i filari al parco di Trenno. E ancora in molti giardini o luoghi recintati, come in via Carlo Bo, dove a volte ai loro piedi si incontrano ospiti piumati.

 

 

Insomma, con un po’ di attenzione i gelsi si trovano. Alla peggio, andiamo a gustare un gelato di more di gelso nelle rinomate gelaterie siciliane della città!

Tutte le foto sono di Marina Beretta.

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