Antichi luoghi di lavoro a Milano: il maglio ad acqua e la lavorazione dei metalli

Abbiamo parlato più volte di Milano città d’acqua, di come avesse connotato diversamente l’urbanizzato, entro e fuori le vecchie mura, come avesse favorito trasporti e commerci ma non abbiamo mai parlato di che tipo di economia e professioni questo implicasse.

Stiamo parlando naturalmente di mestieri presenti ancor prima dell’era moderna: l’acqua di questa immensa rete quindi era utilizzata oltre che come elemento per riempire i fossati difensivi sotto le mura, anche per irrigare gli orti di cui la città era ricca (ancora fino al XIX sec., soprattutto nella zona a sud), incentivando la presenza di una società agricola di sussistenza, e per dare forza motrice ai mulini, che si susseguivano su tutta la cerchia interna, in parte per fare girare le ruote dei magli per le fabbriche militari (come testimonia il nome del tratto della circonvallazione di via Molino delle Armi) e in parte per macinare cerali che arrivavano dagli approvvigionamenti del contado (soprattutto sul tratto di Via Fatebenefratelli, oggi interrato).

Uno dei vecchi mulini della rete d’acque di Milano: il Mulino del Vigentino sulla roggia Vettabbia, alla fine dell’ 800, ancora esistente tra Via Rutilia /Serio

Oggi vogliamo interessarci del primo caso cioè dei magli ad acqua. E’ chiaro che stiamo parlando di un manufatto ormai scomparso dalla città. Ma facendo una ricerca a monte, verso le prime alture, se ne trovano di sopravvissuti e ancora in funzione: nelle Prealpi varesine o in Val Trompia, dove l’abbondanza d’acqua ne giustifica la presenza. E’ chiaro che anche lì non sono più utilizzati e nella maggior parte dei casi musealizzati, ma la tipologia era identica a quella presente a Milano e se ne può capire funzionamento e conformazione.

Il maglio di Ghirla, nel varesotto ancora esistente e prototipo di un classico maglio lombardo (foto di Robert Ribaudo)

Così, prima dell’avvento delle macchine mosse dalla forza del vapore e poco più tardi dai motori a scoppio, per non parlare dell’avvento dall’elettricità, nella nostra regione, la forza dell’acqua era l’unica energia capace di alleviare la fatica di generazioni di contadini, allevatori e artigiani. Un’energia che era a disposizione, come quella generata dalla forza dei buoi (ad es. per trainare i barconi sui terraggi controcorrente) dagli asini o dai cavalli, a disposizione del ducato visconteo, intento a fare di Milano una capitale europea. E’ chiaro quindi, che tutta questa energia incanalata avesse bisogno di professionisti che la sapessero far fruttare, a servizio di un’economia in parte ancora contadina e in parte pre-industriale.

Una miniatura bolognese medioevale, che immortala la bottega del fabbro che attirava presso di sè, per via del calore sempre presente, parecchi avventori

Alcuni di essi come il fabbro e il maniscalco per ferrare gli animali servivano i bisogni di un popolino industrioso e operoso ma la carpenteria pesante aveva ben più alti clienti ed esigenze, con investimenti notevoli anche sulle botteghe. Nel primo caso infatti, i prodotti che uscivano da queste botteghe erano oggetti di uso quotidiano e merce di scambio con l’intero ducato. I trasporti, effettuati sempre con i carri trainati da buoi e cavalli, che operavano per conto dei fornaciai, dei cavatori di pietra, dei conciatori e delle segherie, o dagli stessi contadini che portavano i prodotti dalle campagne, garantivano continuità di richieste per la manutenzione delle ruote, dei perni e dei ferri per gli zoccoli degli animali.

La figura del fabbro, un mestiere antico mai cambiato, intento a fare attrezzi o riparazioni che l’industria moderna non soddiosfa più. (foto di Massimo Molteni)

Nel secondo caso si trattava di una vera e propria industria con vere e propri ingegnosi macchinari, i magli appunto, che potevano garantire e sostituire la forza lavoro di centinaia di uomini e che dovevano fornire materiale grezzo, per fabbriche più importanti e redditizie, non ultima quella della guerra.

Milano capitale della siderurgia

Non a caso Milano fu sede, già prima del Rinascimento fino all’età Spagnola, di botteghe che producevano e commerciavano, bardature e finimenti per cavalli, ma anche elmi come gli speronari (da cui prende il nome la via in pieno centro!); aveva sul suo territorio un sistema di attività che lavoravano e commerciavano in armi bianche (i cosiddetti Spadari, che si erano concentrati intorno all’omonima via), la cui Corporazione era detta anche Catenaglia per via della lavorazione del ferro, e una fitta rete di piccoli esercizi e officine che qui producevano e commerciavano in armi leggere, specie intorno alla contrada degli Armorari (il toponimo è ancora presente dietro il Cordusio).

Considerata una delle più belle armature del XVI secolo, fu realizzata dal milanese Lucio Piccinino verso il 1578 per il duca di Parma e Piacenza Alessandro Farnese e da questi donata a Ferdinando II d’ Austria. Oggi conservata a Vienna.

Le fabbriche d’armi avevano reso Milano famosa e, a detta dello storico Galvano Fiamma nel XIV sec., persino Tartari e saraceni cercavano le armi lombarde. Fino al Cinquecento, qui si fabbricavano i migliori usberghi ed armi offensive e difensive. Se ne faceva traffico in tutta Europa, facendo anche da rappresentanti delle armerie della Val Trompia. Qui si impiantarono nel XV sec., ad esempio le famose botteghe dei Missaglia, che foraggiavano di spade e corazze tutta la corte prima viscontea e poi sforzesca. Divennero ben presto i fabbricanti di armature più conosciuti nel ducato.

Un maglio della lucchesia simile a quelli classici presenti a Milano: il pesante travone in legno dotato di martello è azionato da ingranaggi legati direttamente alla ruota esterna azionata dalla forza dell’acqua. L’esterno e il meccanismo che trasmette il moto e simile ad un mulino da macina (foto di Massimo Molteni)

Ma allora vediamo come era fatto un maglio dal di dentro

Ne abbiamo trovato uno che ne riproduce bene le fogge antiche, a Ghirla, nel varesotto. L’abbondanza d’acqua corrente agevolò l’insediamento di nuclei artigianali, soprattutto a servizio di una zona di valico e fitta di commerci con il Ticino (ancora visconteo) e i cantoni tedeschi della Svizzera. Tra queste realtà aduse alla lavorazione dei metalli, degnamente si inserisce certo Mastro Ludovico Parietti e la sua famiglia ( i proprietari più famosi anche se non i primi), tanto che in loco erano conosciuti col soprannome di “smit”, dal tedesco schmied”, fabbro.

Le potenti ruote del maglio di Ghirla, naturalmente sostituite col tempo da quelle in metallo piuttosto che quelle con le parti in legno (foto di Robert Ribaudo)

La storia del maglio di Ghirla nasce da una fortunosa combinazione: la volontà di Ludovico Parietti di acquistare il maglio e il mulino, volendo avviare i nipoti all’all’arte di fabbro, e la necessità del chierico Giovanni Antonio Orelli, proprietario che si ritrovava in ristrettezze, di disfarsi dei manufatti (1777). Ma il maglio nella sua struttura, risulta già in funzione tra il XV e il XVI sec., come esempio di bottega artigiana del passato che per centinaia di anni è servito a generazioni di contadini per realizzare i ferri degli animali, le ruote dei carri e i vari arnesi, tutti necessari ai lavori nei campi. Aveva un’importanza tale che i pezzi forgiati erano commissionati da numerose realtà agricole di tutta la Lombardia e oltre. Questo era dovuto alla alta specializzazione raggiunta nelle lavorazioni.

Il moto del maglio si scarica sull’incudine in cui viene posto il pezzo da lavorare, senza alcuna energia ausiliaria da parte dell’uomo (foto di Massimo Molteni)

Risulta che il maglio ad acqua semplificasse una serie di lavorazioni di attrezzi forgiati per l’agricoltura, completi per camini, argani, eccetera. Dopo appena sei anni dalla morte del nonno, i nipoti decisero di cedere il maglio alla famiglia Pavoni e di recuperare solo parte delle attrezzature.

I Pavoni, anch’essi con azienda a carattere familiare, erano specializzati in articoli da maniscalco, particolari ferri agricoli, oggetti forgiati quali vere per tini e catenacci di dimensioni speciali, punte, mazze, ecc.

Lavorando con alterne fortune fino alla metà del XX sec., i Pavoni seppero mantenere alto il livello di un artigianato che fu in grado di offrire prodotti di particolare perfezione, capaci di fidelizzare una clientela affezionata ma sempre più esigente e difficile.

Il magiio di Ghirla, come si presenta dalla strada maestra, sopraelevata dal livello del torrente (foto di Robert Ribaudo)

Il maglio è oggi di proprietà della Comunità Montana dell’alto Lario e Ceresio, ed è aperto al pubblico in occasioni di eventi e feste.

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