Riserva San Massimo. Riso, acqua, ontani e caprioli

Questo è il racconto della mia visita alla Riserva San Massimo, avvenuta a inizio agosto. Dove si trova e di che cosa si occupa non lo svelo subito. Spero che siate stuzzicati alla lettura dal sapere come riso, acqua, ontani e caprioli possano condividere un unico ambiente, quando in genere non li si incontra insieme. Qual è il progetto che li accomuna? Diamo il via all’escursione.

Mi sono accorta che spesso nei miei articoli ho usato la parola “inaspettato”, forse perché il piacere della scoperta, che vorrei condividere, è uno dei principali stimoli a scrivere. L’altro stimolo è sicuramente l’entusiasmo per Milano, la Lombardia e molti luoghi limitrofi che solleticano le mie passioni, non ultima la botanica. Nel caso della Riserva San Massimo non vorrei ripetermi, ma davvero mi sono trovata in un ambiente che mai avrei immaginato di vedere nella profonda Pianura Padana, quindi (1) una scoperta in un (2) luogo amato con tantissime (3) preziosità botaniche. Non potevo chiedere di più. Sarà un racconto a due voci: la mente e il cuore. E con quest’ultimo ringrazio il mio amico chef Daniele Paralovo, che mi ha fatto conoscere San Massimo, e il direttore Dino Massignani, che mi ha concesso di percorrere con lui i sentieri del bosco incantato.

Il luogo

(mente) La Riserva San Massimo si trova nel Comune di Gropello Cairoli, in provincia di Pavia e più precisamente nella valle del Ticino. È una riserva naturale creata con criteri scientifici e di valore ambientale per la coltivazione del riso e la tutela della biodiversità. Si estende per 800 ettari di cui un terzo destinato alle risaie e il resto a bosco e brughiera. È riconosciuta a livello europeo come Sito di interesse comunitario (SIC) e in parte come Zona a protezione speciale (ZPS). Le sementi del riso sono certificate dall’ENSE (Ente nazionale sementi elette) e la Regione Lombardia è coinvolta con il programma di Sviluppo Rurale.

(cuore) La Riserva si estende in un avvallamento che un tempo formava un’ansa del Ticino. Su uno dei lati si passa ai piedi di una scarpata, in cima alla quale passa oggi il fiume. Non posso non pensare che il Ticino e i Navigli fanno parte di una storia di saggia interazione tra uomo e natura, di sapienza contadina e artigiana, insomma di professionismo. Tanto tanto professionismo c’è qui a San Massimo, altrimenti l’interazione uomo/natura non avrebbe raggiunto simili livelli. La Riserva è un unicum nella regione per biodiversità e capacità di mantenere l’equilibrio dell’ecosistema. Non si coltiva più del necessario, non si disbosca e si interviene per il minimo indispensabile.

L’acqua …

(mente) L’acqua è l’elemento vitale per eccellenza della Riserva. Il Ticino infatti è uno dei pochi corsi d’acqua in grado di ramificarsi dando vita a una serie di zone umide preziosissime per l’ecosistema. All’interno delle riserva si trovano 44 risorgive, vale a dire punti in cui l’acqua trova un terreno permeabile che le permette di sgorgare in superficie. Un attento lavoro di canalizzazione poco invasiva permette di sfruttarla al meglio per assicurare l’autosufficienza idrica all’area e alle risaie.

(cuore) L’acqua, si diceva, è in Pianura Padana lo specchio del lavoro e della vita. Si esalta la metafora a San Massimo, quando Dino parla di quanto “delicatamente” (per non prevaricare sul territorio), ma altrettanto con ore di durissimo lavoro, si è riusciti a darle una forma, a farla scorrere in alvei che quasi naturalmente arrivano alle risaie. L’acqua è purissima e ricca, a temperatura ideale tra i nove e i dodici gradi, raccoglie sul percorso tutto quel che serve per dare sostanza al riso. E naturalmente accoglie tantissima vita, pesci, anfibi, insetti, uccelli acquatici e tutti i mammiferi.

Quando l’acqua emerge dal terreno per cause naturali si parla di sorgenti se in corrispondenza di pendii, polle se l’affioramento si trova a livello del suolo.

… e il riso

(mente) A San Massimo si coltiva la cultivar 100% Carnaroli e non quelle similari che possono essere commercializzate con lo stesso nome. La qualità è assicurata dal particolare contesto naturale, che parte da un substrato torboso ricco di sostanze nutrienti e micoorganismi, base ideale per un terreno fertile che non necessita di particolare concimazione, peraltro praticata solo a integrazione con sostanze organiche.

(cuore) A una natura che dà il meglio di sé risponde l’impegno dell’uomo a proteggere al massimo l’ambiente. La qualità e la bontà derivano anche da fasi di lavorazione molto curate e a bassissimo impatto ambientale. Per esempio con un impianto di essiccazione a metano (e non a gasolio), unico nella regione, che permette di tenere temperature moderate. E poi il confezionamento in azoto. Ma forse ciò che conta di più è che Dino sembra conoscere le piante una a una, le segue passo passo, le lascia confezionare solo dopo un’ultima ispezione. Attenzione, impegno, cura del dettaglio, efficienza… questa è imprenditoria.

La fauna …

(mente) L’ecosistema della Riserva crea le condizioni ideali per una fauna selvatica stanziale e di passo. Tassi, ricci, volpi, lepri, faine, scoiattoli, daini e caprioli, anche cinghiali e persino martore per i mammiferi. Aironi di varie specie, garze e garzette, ibis e altri per gli uccelli acquatici e poi picchi, torcicolli, cince, cardellini, gufi e rapaci quali poiane, sparvieri e gheppi, oltre che allocchi e civette. E tra gli svernanti, trampolieri, beccaccini, germani, alzavole, mestoloni ecc ecc.

(cuore) Durante l’escursione nella Riserva a un certo punto è spuntato un capriolo. Ammetto, non mi aspettavo di vedere questo ungulato a 40 chilometri da Milano. Dino spiega che uno dei pochi interventi è stato la sua reintroduzione e che ora la colonia è stabile. Ma la fauna non si ferma alle specie più direttamente visibili. Perché l’ecosistema sia completo servono tutti gli elementi del prezioso equilibrio. Ed ecco quindi una buona varietà ittica d’acqua dolce, molti anfibi, soprattutto rane, e poi insetti. Biodiversità, appunto, per una convivenza che lascia a ognuno il suo spazio.

… e la flora

(cuore) Lascio per ultima la flora e non riesco a pensarla con gli occhi della mente. Quello che posso dire, anche di un po’ tecnico, è per me sempre emozione. Innanzitutto la presenza di questo bosco di ontani, querce, pioppi e salici. È una foresta igrofila, una vera e propria rarità nel suo genere e in questa zona. L’ontano (vedi foto sotto) e il salice sono stati miei compagni di tante escursioni alla fascia arbustiva alpina (quasi a 2000 m) e qui si delineano in forma arborea a ridosso del terrazzo fluviale del Ticino.

La quercia è la saggezza, il pioppo la leggerezza… Ai loro piedi si estende un sottobosco ricchissimo, in cui spiccano gli equiseti, ma anche rarità come la Osmunda regalis, una felce di antichissime origini.

Non posso però non notare che, lungo i canali e le stradine, sfilano tanti alberi da frutto – meli, peri, pruni, ciliegi, albicocchi. Mi viene spiegato che fanno parte di un programma di piantumazione che prosegue da anni, non finalizzato alla produzione di frutta ma all’arricchimento della diversità botanica; oltre al fatto che molti degli animali presenti nel parco hanno così a disposizione un’importante fonte di vitamine.

Sono però molto attratta dalle varietà da bacca che fortemente rappresentano la Pianura Padana e che da tempo inseguo a Milano e dintorni. Viburni, ligustri, sambuchi, cornioli, rose canine, biancospini. Sono alberi bellissimi, di medie dimensioni, ricoperti di fiori perlopiù bianchi in primavera e bacche colorate nel volgere dell’estate/autunno. Sono alberi umili ma robusti e sinceri, da apprezzare. Completano questo progetto che, come avrete compreso, ho molto apprezzato.

Fiori di biancospino e bacche di viburno.

Per concludere, riporto dal sito della Riserva gli obiettivi agroambientali del progetto. Non saprei dirlo meglio e credo esplicitino il valore di questa impresa, soprattutto per quanto ho evidenziato in grassetto. La Riserva non è aperta al pubblico, se non per l’acquisto sul posto di riso e miele e durante alcune manifestazioni, segnalate online.

Obiettivo 1: il mantenimento delle attività agricole, sia per il loro valore di memoria materiale e quindi storico-culturale, sia per le ricadute positive che l’attività agricola a basso impatto determina a livello ambientale.

Obiettivo 2: il consolidamento di una attività silvicolturale volta a conservare la preziosa diversità forestale e biocenotica, e in specifico a valorizzare le fustaie di ontano nero, i cedui di ontano, alla trasformazione dei robinieti in boschi mesofili, alla valorizzazione delle zone ecotonali per le loro funzioni di miglioramento della diversità ecologica e faunistica.

Obiettivo 3: l’aumento della decomposizione della materia organica naturale che trasferisce al terreno sostanze nutrienti quali funghi e microorganismi per favorire un accrescimento sano della pianta di riso migliorando la durezza del chicco.

Testo di Marina Beretta.
Foto di Marina Beretta, Dino Massignani e Daniele Paralovo.

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