Antichi luoghi di lavoro a Milano: le sciostre e la vita dei carbonai

In tempo di messa al bando di veicoli inquinanti e caldaie di vecchia generazione, vi vogliamo parlare di come si alimentavano le stufe da riscaldamento e le cucine economiche, quando ancora non c’era la distribuzione elettrica o il gas.

Stiamo parlando di un mondo non tanto lontano, intorno al quale giravano anche alcune professioni scomparse ma che sono rimaste invariate per decine di secoli, soprattutto in pianura, o ancor di più, in una città grande come Milano, dove la materia prima andava stoccata, per permettere a tutti di approvvigionarsene.

E’ noto a tutti che la risorsa di cui stiamo parlando è il carbone, la cui combustione creava negli aggregati urbani di una certa grandezza quel caratteristico colore grigio del cielo invernale che ha dato poi vita alla parola smog (smoke+fog).

Ma vediamo come si produceva, come veniva trasportata e stoccata questa materia prima fino a Milano.

E’ chiaro che proprio per la natura del prodotto derivato dalla combustione del legno, e per l’odore acre che rilasciava nell’aria, il carbone, si produceva nei boschi delle prime alture montuose, o nelle prealpi.

Nel nostro caso le zone di provenienza potevano essere le prime pendici del nord Brianza, del comasco, l’appennino piacentino per il sud e più facilmente la Val Dossola e la Val Vigezzo per un motivo logistico che ora spiegheremo. Ma ci sono stati dei momenti, ad esempio durante la II Guerra Mondiale, in cui essendo interrotto l’approvvigionamento di legna e carbone, i milanesi avevano dovuto fare da sé, rinunciando al verde pubblico, soprattutto agli alberi dei viali. Famoso resta il caso del Viale per Monza, l’attuale Corso Buenos Aires, le cui piante secolari furono ad una ad una abbattute per permettere agli abitanti della zona di scaldarsi nei lunghi inverni dell’autarchia, quando ormai, alla fine del Ventennio, l’ordine pubblico era considerato superfluo. La perdita, in termini botanici, fu talmente devastante e economicamente ingente, da non riuscire più a ricostituire il patrimonio arboreo e da ereditare ancora oggi ciò che era un viale alberato, nel più lungo e asfaltato “corso” milanese destinato allo shopping.

Corso Buenos Aires all’inizio del XX sec, ancora con gli alberi

LA VITA DEL CARBONAIO

Ma vediamo com’era costituita questa filiera produttiva, e com’era la vita del carbonaio, che spesso nasceva sulle alture lombarde e piemontesi (territori saldamente in mano al ducato visconteo fino alla fine del XV sec.), e che poi giungeva a Milano col suo carico infiammabile. Il carbonaio conduceva così un’esistenza alquanto difficile: il suo lavoro infatti lo portava ad assentarsi dal paese per vari mesi, prima per procurarsi la materia prima, il legname, e poi per trasportare il frutto del suo lavoro in città. Per buona parte dell’anno quindi, quest’uomo, sfidando innumerevoli ostacoli e disagi, viveva nella foresta al fine di accumulare sufficiente legna da cui ottenere il carbone. Nella macchia si dedicava al taglio di alcuni particolari specie di essenze arboree. Dopo aver raccolto il legname, il carbonaio provvedeva a ripulirlo e ad accatastarlo. Successivamente, avvalendosi di muli, in quanto particolarmente adatti a compiere i percorsi accidentati di montagna, trasportava i tronchi fino alla cosiddetta “spiazza”, cioè uno slargo ricavato nella radura del bosco, dove costruire la carbonaia.

Dopo aver calcolato, infatti, quale doveva essere la dimensione di questa struttura conica, il carbonaio aveva cura di creare al suo interno, a partire dalla base fino all’apice, con dei legni incrociati a quadrato, un’apertura o camino, indispensabile per dare vigore e alimento alla fiamma. La catasta, così disposta, era ricoperta con terra battuta, polvere di carbone e zolle erbose, in maniera tale da limitare e controllare la combustione della legna. Attraverso questo procedimento la legna bruciava senza fiamme, a temperature elevate, per alcuni giorni. Terminata la combustione, per la quale erano indispensabili ben dieci giorni, i tizzoni infuocati di carbone venivano fatti raffreddare. Dopo essere stato raccolto e sistemato in balle, veniva caricato sui muli, muniti di gerle e sacchi. Il carbonaio, avvolto nel suo mantello nero e protetto dallo scuro cappello dalla larga falda, era così pronto ad abbandonare il suo rifugio silvestre, per far ritorno al paese o scendere a valle dove il materiale veniva caricato su carri o più facilmente su alcuni barconi, che sfruttando le vie d’acqua (canali e Navigli) arrivavano a Milano.

LE VIE DEI CARBONAI

E’ per questo che più facilmente i carbonai scendevano dalla linea dei canali, costruiti da Gian Galeazzo Visconti per fare arrivare il marmo per il Duomo, da Candoglia, in Val d’Ossola o nelle zone circumvicine (la Val Grande, la Val Vigezzo, Fondotoce, sopra il lago Maggiore), valli peraltro da cui provenivano uomini che si dedicavano a mestieri affini, come gli spazzacamini, dove a Milano costituivano una folta comunità.

Due spazzacamini “milanesi” in una foto del 1915

Giunti a Milano, il capolinea era lo stesso di tutto il materiale da costruzione per il Duomo, cioè il laghett, l’attuale Via Laghetto, ma non era escluso che lungo il percorso, all’interno della cerchia dei navigli, i barconi e i carbonai si fermassero da alcuni grossi rivenditori che avevano il loro quartierino sull’acqua, detta sciostra. La sciostra era una bottega tipica della vecchia Milano, più un magazzino che vendeva un po’ di tutto, dal carbone ai materiali da costruzione. Il termine potrebbe derivare dal latino sub strata (sotto la strada) visto che il luogo tipico della sciostra erano gli scantinati lungo i navigli, dove era più facile scaricare la merce che arrivava con i barconi, o degli spazi aperti al di sotto delle abitazioni, spesso anche cortili con un portico a piano terreno con colonne in serizzo e capitelli a palmette e logge in legno nei due piani superiori, con scala a vista. Se ne ricordano di antichissime e ne rimane il vecchio sedime lungo Via Molino delle Armi, proprio lungo il Naviglio. Il rivenditore di carbone, in dialetto, così era detto “el sciostree”.

Una sciostra sul Naviglio di Via Molino delle Armi. Oggi lo stesso volume è occupato da un edificio basso con ampie vetrine di un esercizio commerciale

Dicevamo come un altro luogo di carbonai era il famoso “laghett” di Santo Stefano, una sorta di bacino artificiale, oggi uno slargo destinato a parcheggio, nel fianco dell’Università Statale, dove, con la chiusura del cantiere del Duomo e con lo stop all’arrivo dei blocchi di pietra e dei materiali da costruzione per la più importante fabbrica della città, la funzione del piccolo porticciolo era stato riconvertita per altri scopi. Fu così destinato già tra il XVI e il XVII sec. ad accogliere altre merci, come per esempio la legna da ardere e il carbone.

Il laghetto di Santo Stefano immortalato in un dipinto del XIX secolo

Infatti prima dell’interramento del 1857, decretato dall’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, per motivi igienici, divenne luogo d’elezione dei “tencin”. “Tencin” era il termine dialettale per apostrofare proprio i carbonai. Difatti “tenc” significa “bruno”, che era proprio l’aspetto di chi praticava questa professione, un po’ per la fuliggine scura di cui erano ricoperti e un po’ per gli abiti e il cappello scuro a tesa larga che li contraddistingueva. Qui, a comprovare, il loro stazionamento e la loro devozione, vi è ancora un affresco del XVII sec., raffigurante una Madonna, detta dei Tencitt (distorsione del termine tencin), voluto dalla corporazione degli scaricatori-carbonai. Si trova su un cantone, a lato di un’antica osteria: è un affresco protetto da una grande teca raffigurante una Madonna, alla quale due cherubini tengono sollevati i due lembi del mantello mentre protegge San Sebastiano, San Carlo Borromeo e San Rocco.

L’affresco immortalato da una fotografia in b/n prima di essere protetto dalla teca

ANEDDOTICA

Per chiudere vorrei aggiungere una curiosità legata a questa professione e alla nostra città. La famosa società segreta rivoluzionaria legata ai moti risogimentali, conosciuta come Carboneria deriva il nome dal fatto che i componenti dell’organizzazione avevano tratto il loro simbolismo ed i loro rituali dal mestiere dei carbonai, coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto. Inoltre, molti dei termini usati, e oggi conosciuti, derivavano proprio dal codice usato nella sezione milanese.

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