La rivoluzione perduta dei mulini ad acqua

I mulini ad acqua sono ancora oggi elementi fondanti del nostro inconscio paesaggistico. Se l’affermazione vi sembra eccessiva provate a pensare all’uso che ne ha fatto il mondo della comunicazione: dal famoso marchio di biscotti e prodotti da forno (1975), alla precedente casa editrice (1954), per arrivare alla marea di utilizzi più diversi: dall’insegna di negozi ai marchi di attività commerciali.

Del resto le ragioni ci sono tutte. Utilizzati sin da epoche antichissime e sviluppati su tutto il territorio nazionale i mulini conoscono una diffusione sempre più larga a partire dall’anno mille, in particolar modo nella nostra area geografica, dove un consistente lavoro di bonifica e regimazione delle acque portava alla costruzione di alvei e canali opportunamente utilizzabili.

In sostanza si trattava di un complesso sistema delle acque che in parte abbiamo già toccato parlando dei magli (vedi il post)  o delle marcite (di cui trovate traccia in diversi post) ma sul quale ci ripromettiamo di tornare per considerazioni più complessive.

Un mulino rudimentale: una ruota in legno fa girare la zangola per la produzione del burro all’alpe Prabello, davanti al Rifugio Cristina (SO).

La storia

Rimanendo invece al tema mulini ad acqua i primi documenti che ne trattano e che provano a mappare la loro presenza sul territorio sono principalmente documenti censuari, utilizzati cioè per definire reddito e imposte attribuibili a ciascun impianto. Il documento più antico, in tal senso, è la compartizione delle fagie. Redatto nel 1345 per conto Giovanni e Luchino Visconti esso contiene l’elenco di tutti i soggetti che devono contribuire alla manutenzione della viabilità pubblica. Per ogni soggetto si indicano le fagie, cioè i tratti di strada di cui debbono assicurare la manutenzione. Si tratta di documentazione spesso incompleta e che si arresta ai confini della città, ma che testimonia l’attenzione di cui i mulini erano oggetto. In città i mulini erano invece molto meno diffusi a causa dell’assenza di corsi d’acqua veri e propri che la attraversassero. E’ solo a partire dalla metà del XII secolo e dalle opere di ricostruzione dopo la distruzione del Barbarossa che Milano vede fiorire un’intensa attività idraulica per ragioni principalmente difensive ma in seconda istanza anche immediatamente produttive. La deviazione dell’Olona, del Nirone e del Seveso servono a portare acqua a Milano per riempire il fossato che viene scavato a difesa della città. Largo 30 braccia (poco più di 15 m) e lungo più di 10.000 braccia (circa 6 km) il fossato protegge la città ma l’acqua che arriva si presta a essere sfruttata per tutte le attività produttive. A ciò si aggiunge, sempre nel medesimo periodo, l’ampliamento del Naviglio Grande che diventa navigabile e rappresenta la principale via d’accesso per merci e forniture della città.

Illustrazione dal sito AIAMS (Associazione Italiana Amici Mulini Storici)

Da lì in poi i molendina con le loro ruote in legno, doppie o ancor più spesso triple, colonizzano il territorio, segnando il paesaggio. Sono impianti di molitura per i cereali ma anche impianti per la follatura della carta e magli per l’industria. Ripercorrere oggi i nomi di luoghi e canali aiuta a dare un senso alla toponomastica milanese e dei comuni limitrofi: dalla via Nirone in centro a Milano, alla roggia Barona a Trezzano, al Ronchetto, al Redefossi, alle mille varianti collegate al Lambro, il fiume milanese per eccellenza (anche se rimosso dalla – cattiva – coscienza collettiva). E’ in particolare il Lambro Meridionale (o Lambro Merdario) a muovere decine e decine di impianti di proprietà privata, principalmente ecclesiastica.
A partire dal XIII secolo l’utilizzo dell’energia idraulica viene spinto al massimo per soddisfare le esigenze produttive di una città che è, sin da allora, sinonimo di industriosa operatività.
Il sistema idrico milanese continua poi il suo sviluppo sino ad arrivare all’apoteosi ottocentesca di quella Milano città d’acque che oggi pare così lontana dalla realtà. I mulini accompagnano questa storia, ne segnano la politica censoria, vedono i molitori crescere nella scala sociale, pur rimanendo sempre all’interno del ceto produttivo (puoi leggere anche Milano quasi come Venezia).

Schema degli elementi di un mulino a ruota verticale (“I mulini ad acqua nel milanese”, ed. Prometheus per Parco Sud Milano – 1998)

Nei secoli ovviamente assistiamo a un’evoluzione ingegneristica del meccanismo molitorio ma anche al perfezionamento delle opere di adduzione delle acque, necessarie per ottimizzare i salti e aumentare la potenza del flusso idrico. Senza dilungarci in particolari tecnici va evidenziato che due sono le tipologie principali dei mulini: il mulino orizzontale o “a ritrecine” e il mulino ad acqua vero e proprio o “vitruviano” con la ruota perpendicolare al flusso dell’acqua. Il mulino orizzontale presentava diversi svantaggi e venne sostituito nel tempo dal quello a ruota verticale già prima dell’anno mille.

Il mugnaio

A seguito dello svilupparsi dei mulini il mugnaio (in milanese mornee) diventa ovviamente una figura onnipresente che occupa una posizione non infima nella scala sociale, a metà strada tra artigiano e commerciante. Visto con estrema diffidenza in quanto accusato di frodare su pesi e misure, la sua attività venne sempre guardata con attenzione e regolamentata a più riprese dalle autorità. La sua attività si svolgeva in luoghi asfittici, rumorosi e pieni di polvere. Talmente tanta polvere, derivante dalla molitura, da formare festoni di ragnatele appese ai soffitti e alle pareti del mulino. Ragnatele che però, impregnate di farine via via ammuffite erano preziosissime come emostatici e disinfettanti nell’universo agricolo e contadino.

Il Mulino delle Armi visto da via Santa Croce guardando verso l’incrocio con l’omonia via. (Wiki)

Toponomastica

La toponomastica milanese ricorda ancora oggi il Molino delle armi (di cui si parla nel già ricordato post sui magli) ma è soprattutto nel territorio attorno alla città che i mulini restano a rappresentare un capitale umano e industriale dilapidato in favore di un’energia “facile” di origine fossile.
A partire dalla copertura dei navigli la città rimuove la sua ricchezza liquida, la marginalizza e la relega nel passato anziché porsi il tema di come sfruttarla adeguandola al cambiamento dei tempi e delle esigenze produttive.
Probabilmente non è mai stato fatto un conto di quanto fosse il potenziale energetico dei molendina nel milanese. Si è preferito uno sviluppo “facile” a base di energie fossili perdendo così la memoria di una rivoluzione energetica che ha segnato il nostro territorio per secoli e aveva (e avrebbe ancora) enormi potenzialità di sfruttamento per la produzione di energia rinnovabile e pulita.

Il mulino Torretta a Civesio, San Giuliano Milanese

Il mulino Torretta a San Giuliano Milanese – se ne ha notizia a partire dalla seconda metà del secolo XI – presidia ancora oggi la Vettabbia (l’antica Vectabilis, il canale navigabile scavato a Sud di Milano in epoca romana). Ormai prossimo al crollo è un simbolo del degrado cui sono state condannate queste fondamentali vestigia del passato. Il problema non è tanto quello di riandare “ai bei tempi andati”  – che tali non furono probabilmente mai. Il problema è conoscere per affrontare esigenze moderne. La tutela territoriale, che passava anche attraverso la rete idraulica e il presidio dei mulini, ne è un esempio lampante.

Il Mulino Fiocchi (Cerealia) al confine tra San Donato e San Giuliano Milanese

Un esempio attuale: il mulino Fiocchi (Cerealia) sulla roggia Spazzola, a San Giuliano Milanese. Interessantissima la scansione temporale dei tre corpi di fabbrica successivi. Il primo (quello con la ruota) risale a fine ‘800 e fu costruito dopo un incendio che distrusse il fabbricato precedente. Di proprietà della famiglia Carpegna-Brivio venne dapprima affittato e poi acquistato (1920) dalla famiglia Fiocchi, che lo trasformò in mulino; la ruota esterna è stata recentemente recuperata. Gli ampliamenti successivi sono del 1905 e del 1940 circa. Il mulino è tuttora in funzione ed è rimasto uno dei pochi impianti di questo genere e dimensioni nel Sud Milano. Naturalmente dell’energia idrica non si parla neppure lontanamente, l’impianto è un moderno ed efficiente stabilimento industriale che da lavoro ad una trentina di persone circa.

Si ringrazia Cerealia per la disponibilità e segnaliamo il sito di AIAMS (Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici) che offre moltissime informazioni e notizie sui mulini oltre a svolgere una importante attività di divulgazione.

 

Testi e fotografie a colori di Massimo Molteni.

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