Magnum’s First – La prima mostra di Magnum

Magnum’s first” è una mostra fotografica che fino al 6 ottobre resterà al Museo Diocesano Carlo Maria Martini in Corso di Porta Ticinese 95 a Milano.

Un’amica mi ha invitata a visitarla la scorsa settimana e ho accettato di buon grado perché amo la fotografia, anche se in un primo momento il nome Magnum mi aveva fatto venire in mente quei bottiglioni di champagne stile Formula 1 o quei deliziosi gelati col bastoncino, attualmente proibiti dalla dura legge della “prova costume”…

Una volta sgomberati gli equivoci, devo dire che è stata sicuramente una bella scoperta, perché Magnum è una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo e fin da quando è stata fondata nel 1947 ha riunito in sé una formidabile serie di fotografi famosi.

Persone avventurose che, con estremo coraggio, ci hanno resi partecipi di avvenimenti storici drammatici in un’epoca in cui i loro scatti erano l’unico mezzo per mostrarli al mondo.

Ecco quindi oggi a Milano questa bella carrellata di immagini: 83 stampe vintage di autori famosi.

Per entrare nella mostra, bisogna attraversare l’ampio e suggestivo chiostro del museo, un’oasi di pace che tra l’altro piacevolmente ospita un bistrot organizzato in modo impeccabile dall’associazione no profit Cometa di Como.

Una volta dentro, l’attenzione si focalizza sulle immagini che sono davvero dense di significato: le fotografie, rigorosamente in bianco e nero, sono finestre che ci trasportano in un’epoca che non c’è più, come vere macchine del tempo.

Erano servite per la prima mostra organizzata da Magnum nel 1955 con il nome di Gesicht der Zeit (Il Volto del Tempo).  Essendo una mostra itinerante, le opere venivano ogni volta imballate in due casse di legno e, dopo un’ennesima tappa, sono rimaste “dimenticate” in un deposito di Innsbruck per 50 anni!

Nel 2006 il clamoroso ritrovamento.  Prontamente i responsabili di Magnum Photos si sono attivati per restaurare le preziose opere e così mostrarle ad una nuova generazione come testimonianze storiche: il Volto di un Tempo che non c’è più, ma senza il quale noi oggi non saremmo come siamo.

Sono essenzialmente foto scattate in vari luoghi del mondo negli anni ’50.

In breve i protagonisti:

Robert Capa, il mitico fotografo dello sbarco in Normandia, qui in alcuni scatti che testimoniano il desiderio di pace nel dopo guerra in una festa basca nella Francia del Sud;

Marc Riboud, grande viaggiatore e corrispondente di importanti periodici, con delle immagini realzzate in villaggi dalmati all’epoca di Tito;

Werner Bischof, con delle delicate foto scattate durante il suo viaggio intorno al mondo nei primi anni ’50;

Henri Cartier-Bresson che, realizzato un reportage in India che riprendeva Gandhi mentre metteva fine a uno sciopero della fame e della sete, si ritrovò nei giorni successivi a dover rubare scatti (non autorizzati) al funerale dello stesso Gandhi, assassinato proprio in quei giorni: un avvenimento di portata storica;

Ernst Haas, con delle incredibili immagini realizzate in Egitto nel 1955, sul set del film La regina delle Piramidi, dove tempeste di sabbia, caldo e Ramadan resero un tormento il lavoro per quattromila comparse;

Erich Lessing, con scatti che riprendono bambini a Vienna nel periodo dell’occupazione nazista e che rivelano espressioni di innocente serenità e di speranza verso il futuro;

Jean Marquis, con foto realizzate durante un viaggio in Ungheria nel 1954;

Inge Morath, unica donna del gruppo, scrittrice e fotografa austriaca, divenuta moglie del drammaturgo americano Arthur Miller, qui con immagini scattate a Londra, tra cui il famoso ritratto di Lady Nash.

Testimonianze di un secolo pieno di tragedie e di rinascite, di disperazione e di coraggio, di orrori e di meraviglie in cui i nostri genitori e i nostri nonni hanno lottato e ricostruito. In cui noi siamo nati, senza renderci conto di ciò che ci aveva preceduto, se non attraverso i racconti sentiti nelle nostre famiglie, e che è importante trasmettere ai nostri figli.

Loro sono lontani mille miglia da tutto ciò e spesso non hanno la più vaga idea che l’ambiente che li ospita e li sostiene, anche in questo momento di crisi, ha le sue radici nell’immane avventura che è stata il dopoguerra.

Uno sforzo di ricostruzione di proporzioni ciclopiche, sostenuto dall’entusiasmo e dalla fede in un mondo migliore, di cui dobbiamo essere ogni giorno grati.

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